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Le parole non bastano più. Indagine sul contrasto alla violenza sulle donne

Lo scorso 13 maggio è stato presentato al Senato il report finale "Quali investimenti per le strategie di contrasto alla violenza sulle donne?" che raccoglie e sintetizza tutti i contributi, i suggerimenti e le azioni intraprese nei territori coinvolti nei workshop del progetto realizzato da Intervita, dal 14 febbraio all'8 marzo 2014.
Lo slogan del progetto è stato Le parole non bastano più:

"Una frase comune, detta chissà quante volte e che rivela il senso di impotenza che assale tutti di fronte al fenomeno della violenza sulle donne. Una frase che però vuole lanciare una sfida verso il cambiamento, e che Intervita ha scelto proprio per contribuire al dibattito pubblico su come migliorare le politiche nazionali di contrasto alla violenza contro le donne. (clicca sul titolo per continuare a leggere) Leggi tutto...

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Le bambine che non possono piangere

di Patrizia Argentino*Leggi tutto...

Non è stata una passeggiata partecipare all’incontro con Nice LlNailantei Leng’ete oggi alla Casa. Del resto ce lo aspettavamo. Perché sentire parlare di mutilazioni genitali inflitte a delle bambine, non può che colpirci nel profondo. Ci aspettavamo, anche, che questa ragazza Masai di soli ventitré anni, con voce calma e ferma, dietro un sorriso a tratti disarmante, ci trasmettesse un coraggio che difficilmente potremo dimenticare. Ognuna di noi, alla fine dell’incontro, tornando a casa, si è sentita più forte. Se Nice, a soli otto anni, ha trovato la forza di ribellarsi alla pratica che l’avrebbe voluta mutilata nel corpo e nell’anima, noi, ancor più se tutte insieme come oggi nella Casa, dove possiamo arrivare?
Non è semplicemente bella Nice: irradia fiducia. È diventata il simbolo della lotta contro le mutilazioni genitali femminili e, ad oggi, ci racconta di avere salvato circa 2670 bambine da questa barbarie. Ce lo racconta con la stessa naturalezza con cui, un’altra donna del suo paese, intervistata a riguardo nel video che è stato proiettato stasera, paragona una donna senza clitoride a una moto senza starter : ” Non  funziona più “, è stato il suo commento, Iaconico e chiaro.
Nice ha pagato la sua libertà di scelta inizialmente con l’emarginazione, (una donna che rifiuta la circoncisione non è considerata una donna e nessun uomo la vorrà in moglie ), ma con fermezza è poi riuscita a ritagliarsi un ruolo fondamentale nella sua comunità, facendosi portavoce della battaglia contro questa pratica, grazie anche alla sua collaborazione con Amref, l’organizzazione che porta avanti un progetto per la salute delle donne e infantile. Puntando tutto sull’importanza dell’istruzione, ha cercato di fare capire, prima alla nuova generazione rappresentata dai Moran (guerrieri maschi), e, successivamente, agli anziani della comunità, che le donne istruite sono una ricchezza  per il paese, molto più che le spose bambine, che al massimo possono fruttare in dote due o tre mucche. Alle piccole circoncise, infatti, non è più permesso andare a scuola.. (clicca sul titolo per continuare a leggere)

Mi chiamo Maria (in memoria di Andreea Cristina)

di Ivana Fabris*

Una giovane donna è morta pochi giorni fa, uccisa in modo brutale.

Un delitto agghiacciante per l’odio che esprime, compiuto in totale spregio della vita, certo, ma soprattutto della vita di una donna.
La barbarie con cui si è consumato mi ha sconvolto.
Non riLeggi tutto...esco a non pensare a tutto quello che potrà aver attraversato, in quei momenti, la mente di quella povera creatura, spezzata non da un mostro ma da un uomo qualunque, uno di quelli che incontriamo nelle nostre quotidianità, uno qualunque che sfiora le nostre inconsapevoli vite, uno qualunque di cui potremmo fidarci senza alcuna remora.
Sono ovunque, si nascondono in quiete esistenze al punto che la loro è persino una presenza rassicurante, talvolta.

E invece ci odiano. Visceralmente, nel profondo delle loro menti deviate da vissuti incomprensibili per noi, certamente, ma anche alimentati da una sottocultura che fa, del corpo delle donne, solo merce.
Nel tempo delle cene eleganti, la concezione del corpo femminile, in un certo immaginario sociale, è stata definitivamente omologata al mercato della carne.
Siamo “sedute sulla nostra fortuna”, è stato detto in tempi relativamente recenti, e l’ha detto qualcuno che dovrebbe far parte di quella categoria definita come intellettualmente elevata.

Già, una bella fortuna avere un’apertura in mezzo alle gambe che sin dalla più tenera infanzia scopri essere cibo per i predatori, che man mano cresci ti viene fatta vivere come peccaminosa, sporca, sbagliata, pericolosa, tentatrice o, peggio, esca con cui accalappiare e piegare gli uomini, quindi ancora come merce di scambio e non, invece, come parte integrante di una sfera in cui esprimersi liberamente e attraverso la quale ricercare e dare istanti di piacere e felicità.
Una bella fortuna, indubbiamente, passare la vita a temere di fare l’incontro sbagliato, a difendere non tanto la tua carne ma soprattutto la tua mente perchè ogni donna sa che uno stupro è uno squarcio nel tessuto emotivo che difficilmente si supera.
Una bella fortuna, in effetti, sapere che tu e il tuo corpo potreste diventare, per qualcuno, semplicemente un contenitore vuoto  – di sentimenti, di pensieri, di dignità -  in cui scaricare la rabbia, la misoginia più radicata e tutto l’odio possibile per un genere, quello femminile, che rappresenta nell’inconscio di tanti uomini, un potere contro cui nulla si può e per salvarsi dal quale c’è una sola parola: distruggere.

Qualcuno obietterà che sono casi limite, questi. Vero, ma fino ad un certo punto...(clicca sul titolo per continuare a leggere)

La Società Italiana delle Letterate: "No alla censura dei libri"

Leggi tutto...Il comunicato di:

Giuliana Misserville (presidente), Floriana Coppola, Antonella De Vito, Laura Fortini, Serena Guarracino, Gisella Modica, Alessandra Pigliaru.

Il valore della letteratura non può essere messo sotto censura così come la libertà di insegnamento sancita, ancora, dalla Costituzione: come Società Italiana delle Letterate riteniamo che né Melania Mazzucco né le docenti che hanno scelto di leggere in classe il suo romanzo "Sei come sei" abbiano bisogno di essere difese.
Ha ragione la preside del liceo Giulio Cesare Micaela Ricciardi quando in una lettera aperta sulla vicenda scrive che la lettura del libro in questione ha avuto «l'obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica sui molti argomenti che qualsiasi testo letterario, per suo statuto, offre alla crescita di ogni lettore. Questa è la letteratura». Aggiungiamo che la letteratura è un campo di libertà in cui si misura il senso critico e di orientamento nel mondo che non può essere negoziato con ideologismi e tentativi di appropriazione.
L'accusa, rivolta alla scrittrice e alle insegnanti, tuttavia pone un problema chiaro di ingerenza sempre più fastidiosa e strumentale da parte di associazioni ultra-conservatrici che evidentemente vorrebbero dettare e squadernare l'autonomia dei percorsi didattici reclamando una scena relazionale di scontro e di odio che non ha corrispondenza con la realtà di uomini e donne, di ragazzi e ragazze.
Il lavoro delle docenti del liceo Giulio Cesare di Roma parla da solo di quanto e come la scuola viva di esso, indipendentemente da quanto la società investa oggi sulla formazione in Italia, assai poco in realtà.
Quello striscione posto fuori il liceo romano evoca forme inquietanti di maschilità che hanno come lato oscuro lo stupro, la violenza, l'aggressività rivendicate come forme del selvatico maschile: la risposta migliore l'hanno data al liceo Manara, con quel bellissimo striscione "Avresti mai dato della checca isterica ad Achille?" che eloquentemente parla di altri modi di declinare il maschile.
Non è casuale che le scrittrici e le insegnanti siano però sotto attacco per la loro capacità di raccontare il mondo e di farlo a partire dalla propria esperienza e dal pensiero su di esso: il fatto che siano donne a farlo rivela una sapienza, anche del maschile, che evidentemente continua a costituire problema.
Come Società Italiana delle Letterate ci impegniamo a proseguire una riflessione che da molto tempo svolgiamo sulla letteratura come nominazione politica del presente: le scrittrici, le insegnanti, tutte coloro che a questo si dedicano riteniamo siano compagne di un percorso di cambiamento del mondo, cui non intendiamo rinunciare e a loro va quindi tutta la nostra ammirazione e sostegno.

5 maggio 2014

 

Quelle ragazze, nostre sorelle

Leggi tutto...di Barbara Stefanelli*

Blessing Abana, Deborah Abari, Deborah Abbas, Hadwa Abdu… Sono i primi nomi di una lista che corre fino a quasi 300: sono i nomi delle ragazze rapite, tra il 14 e il 15 aprile, nel dormitorio di una scuola in Nigeria. Rapite da uomini armati di kalashnikov, torce e una fede fanatica. Le hanno caricate sui camion in mezzo al bestiame razziato nei campi e portate nella foresta di Sambisa, dove sono ancora prigioniere.
Il sogno di un diploma per diventare un giorno avvocate, insegnanti, chirurghe fa dunque paura ai terroristi. Nel video in cui rivendica il sequestro, il leader del gruppo Boko Haram dice ridendo: le ragazze sono fatte per diventare mogli — a 12 anni, anche a 9 — non per studiare, adesso troveranno un marito o saranno vendute al mercato. Boko Haram, una sigla che significa «l’educazione occidentale è peccato», combatte e minaccia la popolazione da anni con l’obiettivo di creare nel Nord un’area integralista islamica. Ma questa non è una storia di musulmani contro cristiani. L’elenco di quei nomi, pubblicato dalla Christian Association of Nigeria, dimostra che le ragazze sono cristiane e musulmane. È una storia contro l’educazione, soprattutto contro l’educazione delle bambine. Una storia per il potere, che passa dal controllo delle donne. Come è successo in Pakistan con Malala, colpita da una raffica in faccia; come succede in Afghanistan dove in alcune zone le studentesse vengono punite con l’acido.
In Nigeria i rapimenti non sono cominciati e non sono finiti il 14 aprile. A lungo il presidente Goodluck Jonathan ha cercato di minimizzare, ha sospettato le famiglie di tramare contro il futuro di una nazione che — prima economia continentale — ospita oggi orgogliosa il World Economic Forum on Africa. Ma, incredibilmente, qualcosa di intangibile ha rotto il silenzio del colosso: un hashtag, #BringBackOurGirls , ha cominciato a contagiare la Rete. Ora, se fate una ricerca, troverete le foto delle donne in rosso che manifestano da Abuja a Manhattan, la denuncia di Wole Soyinka, le parole di Hillary Clinton, Sean Penn, Desmond Tutu. Troverete petizioni da firmare, scritte che colorano i muri delle città e messaggi tracciati su una scatola di fiammiferi. «Riportate a casa le nostre ragazze». Un’onda virtuale che ha mosso i governi: prima gli Stati Uniti, poi la Gran Bretagna e la Francia. Forse la foresta di Sambisa non resterà inaccessibile a lungo, come è stata per quei padri che — inseguendo i camion, a mani nude — hanno cercato di riprendersi le figlie e sono stati respinti dagli Ak-47 degli integralisti.
A noi resta una domanda alla quale vorremmo rispondere non solo con le squadre speciali e l’intelligence. Che possiamo fare perché qualcosa cambi? Una risposta l’hanno data Nicholas Kristof sul New York Times e la giovane Malala. Vogliono fermare l’istruzione per le ragazze? E noi mandiamole a scuola: tutte, a lungo, libere, sempre di più, anche in Occidente. Perché un libro nelle mani di una bambina che sa quello che vuole è più potente di cento droni contro il terrorismo.

*articolo pubblicato oggi sul Corriere della SLeggi tutto...era

 

La verginità dell'Ansa

di Adriana Terzo

L'Ansa, la più grande e potente agenzia di stampa italiana, rilancia la notizia che segue, che sta già facendo il giro della rete, e che domani qualche quotidiano infilerà nella sua home page di carta (sempre più straccia). Leggiamo la notizia (www.ansa.it):

(ANSA) - NEW YORK, 6 MAG - La virginita' ha un prezzo, almeno per una giovane americana, che ha deciso di mettere all'asta la propria illibatezza. La ragazza, una studentessa di medicina di 28 anni che usa lo pseudonimo di Elizabeth Raine, hagia' ricevuto offerte per 800 mila dollari. L'asta si chiudera' mercoledi' sera. Per alzare la posta in gioco, la giovane ha deciso si svelare ai potenziali 'acquirenti' il suo volto, e rivelare nuovi dettagli su se' stessa. Elizabeth pero'rivelera' la sua identita' solo al vincitore, che potra' incontrarla per unappuntamento di 12 ore durante il quale, promette, fara' faville. Secondo quanto riportato dal Daily News, la studentessa ha deciso di vendere lapropria verginita' per pagare la retta dell'universita', ma ha anche annunciato chedonera' il 35% dei suoi proventi in beneficenza. Inoltre vuole essere sicura che ilvincitore sia una persona fidata, e per questo si riserva il diritto di ripensarcise vede minacciata la sua sicurezza personale. Alle altre ragazze pero' dice di pensare a lungo, "almeno per un decennio", primadi fare la sua stessa scelta. "Fino a qualche anno fa - spiega - anche io non sarei mai stata pronta per un'esperienza di questo tipo".

Tralasciando i commenti su quanto riportato, sulle "faville" ed altre deliziose quisquilie, come tutte/i noi possiamo immaginare, l'Ansa decide ogni giorno cosa pubblicare fra le decine di centinaia di migliaia di notizie che riceve o trova. E se a un certo punto della giornata fa cadere la sua potente mano informativa su questa notizia, che dobbiamo pensare? Per prima cosa, vorremmo che ci spiegasse che cosa è la "verginità" nel 2014 nei paesi occidentali, e cmq che ci spiegasse che cosa è stato (ed è ancora) in tante culture dove la donna è sottomessa a regole misogine e di asservimento, sessuale nella fattispecie. Pubblicando questa news, la più grossa agenzia italiana ci fa fare - culturalmente - mille chilometri all'indietro, a quando in Sicilia facevano mettere le lenzuola insaguinate fuori dalle finestre alle giovani spose perché fosse provato pubblicamente il loro non aver avuto rapporti sessuali completi prima del matrimonio. Pena il ludibrio generale, la vergogna, l'onore della famiglia messo in discussione (e qui dovremmo aprire un'altra finestra sul concetto di onore, ma lo rimandiamo ad una prossima puntata...).Seconda cosa, ciò di cui siamo certe è che si trattava di una ignobile "consuetudine", che poneva (e pone) le donne in una posizione di paura e colpevolizzazione, lontana dalle buone prassi di civiltà e di rispetto. E che oggi la più grande agenzia di informazione italiana, senza un minimo di critica, butta lì la questione con tanto di foto superaccattivante della ragazza, come se questo potesse essere, ancora oggi, oggetto di discussione o dibattito, ci sembra davvero una barbarie. Terza cosa, il simbolo della giovane donna casta e pura, a sua volta rappresentazione di un'ascetica consacrazione alla sfera ultraterrena, è roba che riguarda la religione. La convivenza civile tra le persone dovrebbe parlare d'altro.

Ps. Tutto questo accade negli Usa. Perché, in fondo, si tratta pur sempre di una nazione un po’ bigotta?

 

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BOLOGNA: Le Cosmonaute - Donne alla riconquista dello spazio

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"Vogliamo camminare libere e spensierate nelle città di giorno e di notte senza doverci guardare le spalle. La Bolognina è uno dei quartieri dai quali vogliamo partire per riprenderci le strade della città, per attraversarle e viverle ogni volta che ne abbiamo desiderio o necessità senza l'ansia di dover scivolare verso casa quando il buio cala.

Vogliamo toccare i luoghi che ci sono più affini e quelli che sentiamo più ostili per per consolidare la bellezza dei primi e trasformare i secondi in luoghi più accoglienti.
Invitiamo tutte a passeggiare con noi per le strade dei quartieri periferici quando le imposte si chiudono e la notte sembra diventare minacciosa per le donne.
Le strade sicure la creiamo noi donne riempendo lo spazio con la nostra presenza, con il nostro sguardo accogliente e attento alle altre.
Reinventiamo una socialità fra donne solidale, attiva e libera.
L'8 maggio alle 19 saremo in Bolognina, da Piazza dell'Unità Cammineremo per le vie de quartiere per poi ritrovarci davanti al palazzo nel quale il 18 marzo una donna è stata stuprata.

Attraverso la nostra presenza manifestiamo a lei e a tutte le altre la nostra solidarietà, dicendo no alla violenza maschile contro le donne."

 

Organizzano Quelle che non ci stanno e les Bolognine
donne, lesbiche e femministe che si aggirano per bologna e nel mondo....

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Sciopero delle donne. Cinesi

Leggi tutto...A metà aprile dell’anno scorso centinaia di operaie di una fabbrica di giocattoli della provincia di Guangdong, tutte emigrate dalla zona rurale, hanno occupato lo stabile affinché il proprietario non chiudesse la fabbrica senza dar loro un adeguato compenso. Tradizionalmente in questa provincia le donne, assunte per la loro presunta docilità e acribia, sono di gran lunga più numerose degli uomini nei settori produttivi ad alta intensità di manodopera. Ma negli ultimi tempi, spiega l’Economist, le cose stanno cambiando: al venire meno della grande disponibilità di lavoratori a basso costo, i direttori delle fabbriche cercano di tenersi strette le loro operaie. Parallelamente molte lavoratrici si sono trasferite nelle città, dove hanno acquisito maggiore istruzione e consapevolezza dei loro diritti. Comincia quindi, finalmente, a declinare lo stereotipo della passività femminile nelle grandi fabbriche.

Le donne hanno ancora un’educazione inferiore rispetto agli uomini (mediamente studiano un anno in meno e si fermano alle scuole primarie o ai primi anni delle secondarie), ma lo scarto sta diminuendo. Leslie Chang, giornalista Americana, in un report sulle donne di Dongguan, ha scritto che “le donne sono più motivate a cercare di migliorare se stesse e considerare di emigrare per avere maggiori prospettive di vita”.

Le donne stanno acquisendo un ruolo sempre più importante nell’attivismo e nelle rivendicazioni politiche: durante le proteste nelle fabbriche di giocattoli di Shenzhen, tra il personale sono state scelte come rappresentanti per condurre le trattative tre donne su cinque; nei primi tre mesi dell’anno scorso circa un quinto degli scioperi a Guangdong hanno visto protestare in maggioranza lavoratrici. Le donne sono anche quelle che più hanno diffuso foto e notizie sul web. Tra i loro slogan “Cattivo direttore, ridacci indietro la nostra gioventù!”. (http://ingenere.it/news/anche-le-donne-cinesi-scioperano)

#‎somosmúltiplesnodesigual‬

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"Lo trovo spaventoso. Ha ragione una blogger, questo spot sanziona la figura della donna manipolatrice, della donna cattiva che fa quel che vuole all'insaputa dell'uomo e da cui l'uomo deve difendersi. Si torna indietro nel tempo, la donna strega e fattucchiera, artefice di sortilegi": non è il commento di una femminista, né di un attivista, ma di un uomo normale, quarantenne, che ha visto la nuova pubblicità televisiva di Desigual, rilanciata su Fb.
Una donna giovane e piacente prova un abito della famosa marca spagnola davanti ad un specchio, poi prende un cuscino, lo mette sotto al vestito simulando un pancione. Sullo schermo appare la scritta #tudecides, che fa il verso a YoDecido, lo slogan della campagna lanciata dalle donne spagnole contro la legge antiabortista del governo Rajoy e ripresa in tutta Europa dalle reti femministe.
Invece di sostenere l'autodeterminazione sul proprio corpo, la ragazza della pubblicità prende dei preservativi e li buca con uno spillone poi sorride complice allo specchio e alle sue spalle compare la scritta in spagnolo "Buona festa della mamma".
Un inno alla "maternità" come unica scelta, voluta dalla donna anche con l'inganno, più che scelta, imposta.
Le amiche di Un altro genere di comunicazione spiegano benissimo la gravità di quanto accaduto, a partire dalle parole scelte: "Riprendere questo ormai famoso slogan e tramutarlo in #tudecides è già una manipolazione insopportabile se a farlo è un'azienda intenta a vendere un prodotto sfruttando una questione politica tra le più delicate della Spagna degli ultimi decenni. In più, se le immagini ci mostrano una donna desiderosa di maternità, le perplessità aumentano, chiedendoci che tipo di messaggio Desigual stia cercando di mandarci. Se poi la ragazza dello spot per rimanere incinta decide di raggirare il suo partner bucando i preservativi, come nemmeno nelle peggiori dicerie paesane, le perplessità di tramutano in rabbia."
Immediata la reazione delle spagnole che hanno fatto partire una petizione per chiedere il ritiro immediato della campagna.
Nel frattempo, boicottiamo tutte Desigual!

Io e mio figlio Federico Aldrovandi - Il peso delle parole

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di Patrizia Moretti*

Nonostante l'aria condizionata, fa ancora molto caldo qui dentro, nell'aula del tribunale. E non riesco a pensare a niente. Sono passati due anni dalla prima udienza del processo, è il 6 luglio 2009. Il giudice Caruso è in camera di consiglio da cinque ore. Sono quasi le sette di sera, dovrebbe uscire da un momento all'altro. In tutti questi anni non sono stata in grado di leggere dietro quella sua espressione immobile, che ha sempre mantenuto in aula. Non sono riuscita a cogliere un'emozione, una smorfia, un trasalimento anche piccolissimo che mi permettesse di intuire i suoi pensieri. Nulla.

Sta uscendo con un foglio tra le mani. La sentenza. Colpevoli. 
Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto sono condannati a una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo. Sono colpevoli...(clicca sul titolo per continuare a leggere)

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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