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Doppio cognome, un freno sulla legge che equipara i generi

Leggi tutto...di Antonia Cosentino

Palermo. Un passo avanti e uno indietro subito dopo. È di qualche giorno fa la notizia che il testo in materia di attribuzione del cognome ai figli, Pdl 360 e abbinate, in esecuzione della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 7 gennaio 2014, sarebbe passato all'esame dell'Assemblea. La commissione Giustizia della Camera, concluso l'esame del testo unificato, lo ha approvato senza emendamenti ma solo con qualche correzione formale, per poi rinviare alla discussione in Aula la trattazione di alcune questioni.

Tra gli entusiasmi di alcuni e le polemiche di altri sembrava ormai una strada in discesa per la legge che, va specificato per correttezza, non abolisce il cognome paterno, bensì l'obbligo dell'attribuzione del solo cognome paterno, un automatismo che causa la scomparsa della figura della madre nella nominazione di figli e figlie. Arriva, invece, a sorpresa nel pomeriggio di mercoledì lo stop alla Camera, ad un passo dal voto finale dell'Aula, con grande furia e delusione da parte di molte deputate. [clicca sul titolo per continuare la lettura]

A Roma la protesta dei centri antiviolenza

Leggi tutto...Lo scorso 10 luglio l’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha tenuto una conferenza stampa alla Camera dei Deputati e Deputate per spiegare le motivazioni della loro protesta riguardo la suddivisione delle risorse finanziarie destinate alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne. La distribuzione dei fondi non è chiara e penalizza i centri ‘storici’ che in Italia hanno avuto il merito di fare emergere il fenomeno della violenza maschile alle donne. La generica ripartizione prevista dal Governo rischia di incrementare il pericolo di risposte inadeguate per le donne che chiedono aiuto, tralasciando colpevolmente le raccomandazioni europee della Convenzione di Istanbul, dove i governi vengono sollecitati a scegliere le azioni dei centri antiviolenza indipendenti e gestiti da donne.

Qui il link al video della Conferenza

http://webtv.camera.it/archivio?id=6649&position=0

In allegato l'interrogazione parlamentare dell'onorevole Delia Murer (Pd)

Camicette bianche. Oltre l'8 marzo

Il 25 Marzo 1911 bruciò la Triangle Waist Company a New York City, una fabbrica di camicette alla moda. Nell'incendio morirono 146 persone di cui 126 donne, 38 erano italiane. Il rogo è tra i tragici avvenimenti che si commemorano per la giornata internazionale della donna: 126 giovani lavoratrici morte in una fabbrica in cui mancavano le norme minime di sicurezza sul lavoro. Vite che per decine e decine di anni sono rimaste nell'oblio, alcune addirittura non identificate e riunite in un unico monumento funebre: un bassorilievo raffigurante una donna inginocchiata con il capo chino. Leggi tutto...

Un libro racconta, per la prima volta in Italia, tutte le vittime dell'incendio e ricostruisce il contesto storico.

Camicette bianche. Oltre l'8 marzo (Navarra editore) vuole ridare dignità a quelle morti, dando a ciascuna vittima un nome, un cognome e un storia da raccontare. Un lavoro di recupero della memoria - che l'autrice, Ester Rizzo, ha portavo avanti attraverso ricerche negli archivi e interviste ai discendenti delle giovani operaie - per far conoscere un'immane tragedia che viene, in maniera talvolta erronea, legata a doppio filo con la giornata internazionale delle donne, l'8 marzo. Un testo che pone davanti allo scottante quanto mai attuale problema della sicurezza sul posto di lavoro e dei diritti delle lavoratrici e lavoratori, e che porta a riflettere sulla migrazione di ieri e di oggi. A partire dal libro è stata lanciata con il "Gruppo di Toponomastica Femminile" una petizione pubblica rivolta ai sindaci delle 16 città italiane coinvolte in questa vicenda perchè intitolino loro un luogo pubblico che ne onori la memoria in modo meno indistinto di come è avvenuto finora.
L'editore ha realizzato anche un bel video per presentare il libro, qui il link https://www.youtube.com/watch?v=H59LlMxmcWM.

Siamo ancora qui

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Care compagne, care amiche, care tutte,

ad un anno dal nostro primo appello "Scioperiamo per fermare la cultura della violenza" ci ritroviamo ancora qui, certamente meno sole ma ancora con molta strada da fare per riappropriarci del rispetto e della dignità del nostro essere donne. Quante di noi, nell'arco di questo pezzo di tempo, hanno pensato di mollare, di non partecipare più a convegni o dibattiti, di non discutere più a casa perché l'impegno è troppo gravoso e ogni giorno la cronaca ci vomita addosso tutta la misoginia di cui è intrisa la nostra cultura? Tante, troppe. Ma a questo dobbiamo continuare ad opporci, ferme e diritte.

Facciamo nostra, ogni giorno, l'idea che nessun femminicidio, nessuna obiezione di coscienza, nessuna discriminazione ci possa fermare.

Sono di questi giorni un paio di notizie sulle quali vogliamo soffermarci. Una viene dagli Usa, l'altra dall'Italia. Negli Stati Uniti i giudici della Corte Suprema hanno stabilito che le aziende private, sulla base delle proprie convinzioni religiose, potranno rifiutare di rimborsare le spese sostenute dalle loro dipendenti e dai loro dipendenti per la contraccezione. Queste spese, garantite dall' Affordable Care Act, prevedono, tra le altre cose, che i datori di lavoro paghino i contraccettivi alla loro classe lavoratrice, compresi i contraccettivi di emergenza, vale a dire la "pillola del giorno dopo". A parte il fatto che da noi sarebbe una rivoluzione totale pretendere dalla Pirelli o dalla Barilla di pagarci i profilattici, l'impressione è che il non rimborso di queste spese sia strettamente legato all'interruzione di gravidanza. Vuoi vedere che a forza di esenzioni, prima alle istituzioni religiose, poi alle piccole imprese familiari che già ne godevano, adesso anche alle industrie private che si appellano a Dio e ai santi, verrà svuotato anche il diritto all'aborto? Leggiamo su Repubblica, che riporta la notizia, il primo luglio: "Si stima che per effetto dello stillicidio di esenzioni, un terzo delle lavoratrici dipendenti americane non abbia diritto al rimborso delle spese mediche per l'interruzione di gravidanza".

L'altra - altrettanto pesante - notizia riguarda invece i nostri centri antiviolenza. In breve, il Governo ha deciso di ripartire i fondi previsti dalla cosiddetta "legge contro il femminicidio" dell'agosto scorso (legge 119/2013, per gli anni 2013/14) con criteri a dir poco inaccettabili. Si tratta di 17 milioni suddivisi così: quasi 6 milioni di euro per nuovi centri antiviolenza (che si formeranno last minute per accontentare quel politico o quel barone?); 9 milioni di euro alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi (ovvero, per favorire clientelismi controllati dall'immarcescibile politica?); mentre ai 352 centri antiviolenza e case rifugio esistenti, e che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato, toccheranno solo circa 3 mila euro l'anno, per ciascun centro. 250 euro al mese! Neanche sufficienti per pagarci le bollette della luce, come denuncia la rete Dire. Questa è l'alta considerazione che questo Governo ha del problema.

E questo ci dice quanto dobbiamo restare all'erta, sempre. Ogni giorno, ogni momento, in ogni angolo sulla terra per avere riconosciuti i nostri diritti. Come donne, come cittadine, come lavoratrici.

Nonostante la situazione, siamo discretamente fiduciose. E convinte che il potenziale umano e di risorse per dare battaglia contro questa cronica iniquità ci sia ancora. Per questo vogliamo rilanciare lo Sciopero delle donne, perché crediamo che si possa, anche solo per un giorno nella vita di tutte noi, fermarci e fermare questo fiume che tracima la nostra quotidianità di donne multitasking, alle prese con la cura del mondo intero.

Vi chiediamo, dunque, ancora una volta, di crederci insieme a noi. Il 25 novembre fermiamoci e sospendiamo qualunque attività stiamo svolgendo. Un giorno di riflessione per tutte. E per tutti. Vi chiediamo di lavorare di nuovo insieme per chiedere alle istituzioni di affiancarci seriamente e con criterio, anche con sostegni attivi nei vari territori; e alle insegnanti di coinvolgere più scuole possibili. Perché, come ci siamo dette mille volte e come qui ribadiamo, è solo cambiando la Cultura delle nuove generazioni che sarà possibile immaginare una società in cui la violenza maschile sulle donne sia confinata ad atti isolati di criminalità ordinaria e non a consuetudini quotidiane accettate ovunque, in famiglia, sui luoghi di lavoro, nella vita di tutti i giorni come uno dei prezzi "minori" da pagare nel difficile cammino verso una più equilibrata relazione politica tra i sessi.

Vi aspettiamo. Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone - fortissimo - a tutte le teste di questo paese.

Un abbraccio a tutte voi, buone ferie e buone vacanze, a risentirci a settembre,

Adriana, Barbara, Tiziana

Matrimonio all’ITALIANA e la NOSTRA violenza

Leggi tutto...di CB*

 Ve la ricordate la recente campagna pubblicitaria norvegese che ritraeva una coppia nel giorno del matrimonio? Il classico scatto in posa che incarnava tutti gli stereotipi di una felicità chiavi in mano.

Accanto però la stessa foto vista da dietro e la terribile realtà: i lividi sul braccio di lei, la brutale violenza con cui il futuro sposo le stringeva il polso. Una campagna di cui Radio Cora ha diffuso le immagini nei mesi scorsi perché ben rappresentava l'apparenza delle relazioni e la violenza della realtà. Il tutto condito dal momento dei momenti, con tanto di vestito bianco, rosa all'occhiello e luci puntate sul trucco e sull'acconciatura. Ma nel cono d'ombra, la più cupa e quotidiana verità.

Ho pensato a quella campagna quando ieri (15 giugno ndr) insieme alla notizia del triplice omicidio di Motta Visconti venivano diffuse le foto del matrimonio di Cristina con colui che pochi anni dopo le avrebbe tolto il futuro, suo e dei suoi figli. (clicca sul titolo per leggere l'articolo intero)

Stupri e femminicidi, da sempre. Non solo in India

Leggi tutto...di Marta Franceschini*

L’ultima vittima della mattanza indiana aveva 16 anni. Il suo corpo è stato trovato senza vita, appeso a un albero, nelle campagne dell’Uttar Pradesh. Un massacro che sembra senza fine. Stuprate, seviziate, costrette a bere dell’acido, soffocate, impiccate, uccise. Di fronte al calvario delle donne indiane il mondo, giustamente, inorridisce. L’escalation rimbalza dalle pagine dei giornali agli schermi televisivi, e l’audience rabbrividisce. Non era il paese della non-violenza? La patria del Mahatma Gandhi? Il regno della spiritualità? La prima cosa che bisognerebbe chiarire è che l’India, prima che dello spirito e del Satyagraha , è la patria delle contraddizioni. Come una Grande Madre primigenia, comprende nel suo grembo tutto e il contrario di tutto. Chiuderla dentro una definizione significa o sbagliare o mentire. All’interno della sua identità millenaria convivono gli opposti più stridenti. Ma una cosa è certa: dall’era patriarcale in poi nel caravanserraglio indiano le donne sono sempre state ultime dopo gli ultimi.

LA VIOLENZA DI OGGI non è una novità. Trenta anni fa, quando arrivai a Delhi per la prima volta, il sistema di divorzio piu’ diffuso era l’omicidio della moglie (vedi il caso italiano di Motta Visconti di due giorni fa, l'uomo che ha ucciso moglie e due figli ndr). Solo nella capitale c’erano una media di tre casi al giorno. Per secoli, millenni addirittura, stupro, abuso, violenza e omicidio sono stati la norma, e non solo in India. A chi inorridisce di fronte alle recenti cronache indiane, ricordo che a Firenze le donne si crocifiggono. E che la frequenza dei casi è proporzionale agli abitanti, che in India sono 30 milioni di volte gli italiani.(clicca sul titolo per continuare a leggere)

Mondiali: proteste, lingerie, WAGs, turismo sessuale e squadre femminili. Questo post non parla di calcio

Leggi tutto...di Laura*

Faccio subito coming out: questo post non parla di calcio.

Mondiali 2014 in Brasile, uno dei BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica ) cioè uno di quei Paesi sulla via dell’espansione economica, con una popolazione molto numerosa, risorse ambientali strategiche e un territorio molto grande.
Nel 2007, quando il Brasile si aggiudicò l’evento, l’indice di gradimento per questa opportunità tra la popolazione era del 75%.
Oggi è sceso al 48%.

Sarà perché questi sono i Mondiali più costosi della Storia: 11 miliardi di dollari e mezzo, di cui circa 3,6 miliardi prelevati direttamente dall’erario pubblico,  mentre in Brasile paese mancano i servizi sociali fondamentali, dalla sanità alla scuola. Così anche solo il fatto che da mesi la popolazione brasiliana stia marciando contro i Mondiali di Calcio, contro la speculazione del proprio governo corrotto e contro lo sfruttamento massiccio di zone del Paese da “riqualificare”, anche solo questo  fa distogliere l’attenzione dalla formazione della Nazionale. Distoglie l’ attenzione dal girone dell’Italia il fatto che, a poche ore dalla prima partita del Mondiale, sia stata indetta una giornata di azioni sincronizzate  dei vari movimenti sociali e sindacati nelle dodici città che ospitano il Mondiale, a partire da San Paolo e Rio de Janeiro, nel  tentativo di bloccare in massa aeroporti, stazioni, autostrade e la viabilità urbana e nazionale.

I brasiliani, al grido di Nao Va Ter Copa, protestano ai tagli al welfare e alla spesa pubblica, contro i 13 miliardi che il governo di Dilma Roussef è riuscito invece a stanziare per l’evento calcistico. Istruzione, sanità, trasporti, pensioni, case popolari, tutto viene in secondo piano rispetto al calcio d’inizio.

A proposito di case, potrebbe distogliere l’attenzione da chi arriverà in finale anche pensare agli sgomberi di questi giorni nelle favelas di Pavao-Pavaozinho, a Rio de Janeiro. Per accogliere i tifosi ci vuole un po’ di pulizia, la pacificazione del territorio, delle baraccopoli di periferia. Ci pensano le “milizie”, che la polizia ufficiale non basta. E se ci scappa il morto è presto dimenticato perchè in televisione sta per partire la telecronaca dei rigori.
Eh ma è inutile fare sofismi, il calcio è nazionalpopolare più della politica. Mica tanto, visto che il prezzo più basso per una partita è di 80 reais, il salario minimo di un brasiliano è di 780, quindi dovrebbero spendere circa  il 10 per cento dei propri guadagni per assistere a un match. Vogliamo poi concederci un’analisi “di genere” del fenomeno calcio/Mondiali? (clicca sul titolo per continuare a leggere)

Soraya Post, una femminista a Bruxelles

Leggi tutto...Non avrà raggiunto il numero dei voti di Angela Merkel e Marine Le Pen, ma Soraya Post ha raccolto un risultato sorprendente alle elezioni europee in Svezia grazie al programma di “Iniziativa femminista”. La gioia esplode su Twitter: “Fatto la storia grazie alla forza dell’amore”.

Nell’Europa in preda ai populismi, a movimenti antisemiti e antiEuro c’è chi ottiene un risultato inaspettato con una campagna elettorale basata sull’uguaglianza di genere, i diritti degli omosessuali e contro le discriminazioni. La Svezia si è risvegliata con una nuova realtà politica, quella di Soraya Post. Sorprendente, per certi versi, visti i numeri conseguiti alle elezioni europee. Per la prima volta, infatti, una femminista entrerà al Parlamento di Bruxelles dopo aver raccolto la cifra record di 5,3% dei voti. Il partito “Iniziativa femminista” ha raccolto più di quanto era previsto. Merito della leader Soraya Post, 57 anni, attivista per i diritti umani e, come ama definirsi “supereroina antirazzista”. Su Twitter ha espresso tutta la sua gioia per aver ottenuto un risultato clamoroso in termini di preferenze: “Oggi abbiamo fatto la storia, lo sapete vero? Ci siamo riuscite – scrive – grazie alla forza dell’amore”.

Niente fondi pubblici, una raccolta di voti casa per casa e un programma chiaro in grado di far breccia nel cuore di tante svedesi. Un Paese già molto attento e sensibile alla parità di genere. Oggi, più che mai, decisamente avanti sul tema rispetto a tanti altri paesi europei.

Feministiskt initiativ propone aborto, parità di retribuzione a prescindere da genere, età e etnia. Argomenti sui quali il Parlamento europeo dovrà fare uno sforzo secondo Soraya Post, protagonista di una storia personale particolarmente difficile. Nata in una famiglia rom, “per molti anni ho vissuto come cittadina di serie B”.

Quando il partito femminista (che esiste dal 2005), le ha chiesto di candidarsi, Soraya Post ha accettato con entusiasmo: Il femminismo deve diventare parte integrante di tutte le politiche europee, a cominciare dal budget per esempio. Voglio combattere per migliorare la situazione dei rom e per far questo bisogna essere dove si decide, nei palazzi del potere. Non appena sarò eletta mi metterò al lavoro”. (clicca sul titolo per continuare a leggere)

A Bologna la VII edizione di Divergenti Film Festival

Leggi tutto...Si svolgerà al cinema Lumière di Bologna da giovedì 22 a domenica 25 maggio 2014 la VII edizione di Divergenti, l'unico festival cinematografico in Italia dedicato alla narrazione e rappresentazione dell'esperienza transessuale e transgender.
Il festival, organizzato dal M.I.T., Movimento Identità Transessuale, con la direzione di Porpora Marcasciano e la direzione artistica di Luki Massa, propone alcune tra le migliori produzioni narrative e documentaristiche internazionali, ed è dedicato quest'anno al tema del transito e al complesso intreccio tra percorso medico ed esperienza reale. A/TRAVERSAMENTI...verso la felicità, oltre il bisturi i sogni, le storie, l'amore è il titolo di questa edizione, che si interroga sulla relazione tra la sala operatoria e la vita con tutti i suoi risvolti.

A questo tema è dedicata la Simposia, seminario aperto al pubblico, dal titolo "Oltre il bisturi i sogni, le storie, l'amore", venerdì 23 dalle 14.30 alle 17.30 e sabato 24 maggio dalle 11.30 alle 17.30 presso il Centro sociale anziani G. Costa (via Azzo Gardino 48). Allo stesso tema e alla questione della medicalizzazione si ricollega anche la campagna "Un altro genere è possibile" che mira a ottenere la possibilità di cambio del nome e del sesso anagrafico senza l'obbligo dell'intervento chirurgico, diversamente da quando sancito dalla legge italiana.

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MANIFESTO DELLA RETE ITALIANA WOMEN ARE EUROPE

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IO DECIDO

 

Io decido: con queste parole le donne di Spagna e d'Europa hanno risposto al tentativo di controriforma della legge spagnola sull'aborto.
Io decido vuol dire non accettare imposizioni di alcun tipo sul proprio corpo e sulla propria sessualità.
Io decido vuol dire autodeterminazione: è scegliere di diventare o non diventare madre, è vivere liberamente la sessualità e il proprio orientamento sessuale, è dare spazio ai propri desideri e progetti di vita.
In questo momento di grave crisi economica e culturale, sia a livello nazionale che europeo, vediamo compromessa l'autonomia economica delle donne, più di quanto accada per gli uomini, e assistiamo alla messa in discussione di diritti che pensavamo consolidati.
Si tratta di un arretramento pericoloso: non ci stiamo.

Della nostra vita decidiamo noi, a prescindere da derive istituzionali e da dogmi confessionali. La nostra libertà può essere garantita soltanto da un'autentica laicità degli Stati, condivisa a livello europeo.

Cosa sta succedendo in Europa e in Italia. (clicca sul titolo per continuare a leggere)

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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