I Nostri Articoli

Il ministro è incinta!

di Adriana Terzo
 
Come orientarci nella babele di iniziative personali sull'uso di un taliano non sessista? Vademecum per non discriminare (ancora) le donne.
 
Su Repubblica di qualche giorno fa, in prima pagina, campeggiava a sette colonne un occhiello che rimarrà nella storia. Almeno in quella del linguaggio di genere: "Scontro sulla Lombardia. Le magistrate di Milano: offese dal Cavaliere". Attenzione: le magistrate. Il riferimento era all'ennesimo sproloquio dell'ex presidente del Consiglio che, ospite da Lilli Gruber, aveva apostrofato le tre giudici Gloria Servetti, Nadia Dell'Arciprete e Anna Cattaneo del tribunale civile di Milano come "tre giudichesse femministe e comuniste" colpevoli, a suo dire, di aver accordato alla ex moglie Veronica Lario, tre milioni di euro al mese di alimenti. Ora, a prescindere dalla volgarità e dall'ennesimo vergognoso attacco di B. nei confronti di tre serie professioniste, ci sembra quasi rivoluzionaria la scelta del quotidiano diretto da Ezio Mauro. Per la prima volta, uno dei più popolari e diffusi giornali italiani si lancia nella durissima battaglia per l'affermazione della lingua italiana sapendo, come ricorda la scrittrice afroamericana Bell Hooks, che il linguaggio è anche un luogo di lotta...
Ironia a parte, la cosa che ci ha colpito di più è che il racconto della vicenda, ovunque sui vari media - tv, radio, web, giornali - è stato un tripudio di storture e aberrazioni linguistiche. Tutto, pur di non usare la magica parolina magistrata. La giudice. La pm. Ricalcando, a pochi giorni di distanza, la stessa caparbia dabbenaggine nei confronti di Rita Levi Montalcini, la popolarissima scienziata che ci ha dolorosamente lasciato lo scorso 30 dicembre. Inutile chiedersi perché il sito del GR scrive senatrice e lo speacker dello stesso GR, pochi minuti dopo, dice senatore. Perché suona male? Perché non si conosce abbastanza la nostra lingua? Perché non abbiamo ancora l'abitudine a declinare le cariche al femminile? Perché sennò chissà cosa si mettono in testa le donne? Per la cronaca, sulla lapide di Montalcini è stato composto: Professoressa Rita Levi Montalcini - premio Nobel 1986 - senatrice a vita. Evviva.
 
A questo punto appare evidente la necessità di trovare una concordanza. Sui media, sul nostro sito, ma anche tra noi operatrici ed operatori della comunicazione. Soprattutto, tra noi giornaliste e giornalisti. E se provassimo a buttare giù un breve vademecum che ci aiuti ad orientarci così come ci chiedono tante colleghe? Non una carta, di difficile applicazione e per questo poco utile, ma semplici consigli a ricordare le antesignane e sempre attualissime Raccomandazioni che Alma Sabatini già suggeriva 25 anni anni fa. Naturalmente utile per chi, come noi, è d'accordo con il presupposto che la lingua e il linguaggio costituiscono - insieme ad altri - un fondamentale strumento lungo la strada della reale parità dei sessi. Anche perché diciamolo: continuare a leggere frasi come il ministro è incinta oltreché a far ridere, non rende davvero giustizia dei milioni di donne che nel mondo si sono faticosamente guadagnate un posto in prima fila. Senza scorciatoie.
 
Vademecum per l'uso corretto della lingua italiana
 
1. Usare il femminile dei titoli professionali in riferimento alle donne (magistrata, sindaca, avvocata)
2. Evitare l'articolo davanti ai cognomi femminili (Montalcini e Camusso)
3. Inserire l'articolo nei sostantivi epicéni (la giudice, la presidente, la parlamentare)
4. Includere il femminile nelle sigle istituzionali (l'Ordine delle giornaliste e dei giornalisti, l'Ordine delle avvocate e degli avvocati)
5. Evitare l'uso del solo maschile includendo il femminile, almeno una volta, nella stesura di un articolo, di un documento o di un reportage (le immigrate e gli immigrati, le operaie e gli operai, le colleghe e i colleghi)
6. Evitare l'uso unilaterale dei sostantivi maschili collettivi, ad esempio preferire espressioni come "I diritti della persona" piuttosto che "I diritti dell'uomo"
7. Sostituire la parola "Membro dell'organizzazione..." con "Componente, aderente, affiliata, associata all'organizzazione..."
8. Evitare, parlando di eventi legati alle donne, dettagli/gossip sul tipo di abbigliamento e stereotipi legati al genere. Esempio: la cancelliera tedesca Angela Merkel, arrivata martedì ad Atene, indossa la stessa giacca verde chiaro che indossava la sera del 22 giugno (dal corriere.it)
9. Suggerire, ogniqualvolta sia possibile - anche nelle decine di mail che riceviamo tutti i giorni - l'uso di una lingua non sessista ma femminilizzata come indicato in questo breve vademecum ispirato alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini.
10. Tenere sempre alta l'attenzione sulla questione ricordando che la lingua esprime il nostro pensiero rispetto alla realtà, e che veicola e rafforza gli stereotipi ponendo la donna, molto spesso sui media, in una posizione di non parità rispetto all'uomo. La stessa attenzione è necessaria anche quando parliamo e ascoltiamo nonostante questo comporti qualche fatica in più, sia in termini di energia che di tempo.
 
Vogliamo suggerire qui, anche se in modo schematico, alcune riflessioni utili per chi scrive su casi di Femminicidio.
 
1. Identificare la violenza maschile sulle donne secondo le indicazioni contenute nella Convenzione No More! cui anche GiULiA ha aderito, seguendone attentamente le raccomandazioni.
2. Utilizzare un linguaggio libero da pregiudizi e stereotipi per una informazione corretta e non scandalistica. Evitare, quindi, di riportare le esternazioni del femminicida - colui che stupra o uccide una donna in quanto tale - con frasi che ne attenuino e ne giustifichino le responsabilità ("L'ho uccisa perché l'amavo troppo"). Oppure riferendo sulla violenza sessuale e domestica come frutto di "amore passionale" o di "follia d'amore". O ancora, come "raptus omicida".
3. Rispettare la dignità e la privacy sia della sopravvissuta ad uno stupro che della donna uccisa mettendo sempre al centro il suo punto di vista, evitando di colpevolizzarla attraverso dettagli legati al suo abbigliamento, al suo atteggiamento, ai suoi orari e alle sue abitudini. ("Se l'è cercata")
4. Contestualizzare lo stupro o il femminicidio all'interno di un fenomeno sociale e politico e non assimilati ad una isolata e normale relazione sessuale fornendo, se possibile, dati statistici e informazioni fornite dai centri anti-violenza e dalle organizzazioni di donne che si occupano di questi temi, sia territoriali che nazionali.
5. Tenere sempre bene a mente l'articolo 9 del codice deontologico della/del Giornalista: Tutela del diritto alla non discriminazione. Nell'esercitare il diritto-dovere di cronaca, la giornalista o il giornalista è tenuta/o a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali.

La Cultura che uccide le donne

di Adriana Terzo

 

La denuncia-documento sull'Italia presentata a Ginevra lo scorso anno da Rashida Manjoo, relatrice speciale dell'Onu sulla violenza di genere. "Femminicidio, crimine di Stato".

 

 

 

Leggi tutto: La Cultura che uccide le donneNon è una bella immagine quella dell'Italia che non solo fa poco o nulla per contrastare la violenza contro le donne ma che, addirittura, può essere additata dall'Onu come una nazione che copre questa barbarie – quella dei femmicidi – sia culturalmente che legalmente. La Cultura che uccide le donne La denuncia, puntuale e ferma nella sua sconveniente fotografia, arriva da Rashida Manjoo, relatrice speciale sulla violenza contro le donne delle Nazioni Unite che, su invito del nostro governo, ha visitato ufficialmente il nostro Paese lo scorso gennaio, incontrando i rappresentanti delle istituzioni italiane, gli esponenti della fondazione Pangea e le associazioni della piattaforma Cedaw. Ed ha stilato un documento che ha presentato ieri a Ginevra in occasione della ventesima sessione del Consiglio dei diritti umani.

Perché (dire o scrivere) ministra non è una parolaccia

di Adriana Terzo

 

Manifesto per una lingua che sia più rispettosa delle donne. Guida pratica a chi si fa venire il mal di pancia quando deve declinare i ruoli al femminile.

 

 

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Dire o scrivere ministra non è come dire o scrivere una brutta parola, anzi. Secondo diverse guide per l'uso della lingua italiana, ministra - riferito ad una donna che ricopre quel ruolo - è il solo modo corretto, gli altri sono tutti sbagliati. Dobbiamo dedurne che c'è una massa enorme di persone che non sa parlare né scrivere ogniqualvolta deve declinare una carica - spesso importante - al femminile? Purtroppo la risposta è sì. Ora, possiamo provare a capirne o spiegarne i motivi sociali, politici, linguistici e psicologici e senz'altro ci proveremo, ma la sostanza non cambia. Il linguista Aldo Gabrielli, uno dei più autorevoli studiosi della lingua italiana del XX secolo, già nel 1976 nel suo Si dice o non si dice, spiegava: "La grammatica italiana insegna una cosa elementare: che per gli uomini esiste un maschile e per le donne un femminile, non si può fare eccezione per un sindaco o per un ambasciatore". Raccontando di come, un tempo, tutti i pittori erano maschi, almeno quelli celebri. Ma ecco che tra il Seicento e il Settecento spuntano due astri pittorici femminili, Artemisia Gentileschi e, mezzo secolo più tardi, Rosalba Carriera. Fino ad allora si era usata la sola parola pittore, con le varianti più antiche dipintore e pintore, ma qualcuno voleva classificare anche queste donne artiste, e sorse il problema linguistico: come definirle? Il latino classico offriva solo pictor, pictoris maschile. Esisteva però un aggettivo femminile, pictrix, pictricis, creato nel basso latino: si diceva, per esempio, natura pictrix, natura pittrice. A questo aggettivo si rifecero i letterati dell'epoca sostantivandolo, e dissero: la pittrice Artemisia Gentileschi, la pittrice Rosalba Carriera. Da allora, la parola pittrice diventò comune nell'uso e nessuno oggi penserebbe di poter dire che Gentileschi e Carriera furono due celebri pittori!...continua

L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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