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Gisella De Simone: Da Renzi una vera trappola ideologica contro le donne

“State1236459185TRABAJADORASDELHOGARboli.jpg serene”, l’articolo 18 resterà pie­na­mente appli­ca­bile ai licen­zia­menti discri­mi­na­tori, con il man­te­ni­mento del diritto alla rein­te­gra­zione nel posto di lavoro dal quale un lavo­ra­tore, e più spesso una lavo­ra­trice, siano stati ille­git­ti­ma­mente allon­ta­nati. Così ha detto il segre­ta­rio del Pd e pre­si­dente del Con­si­glio, Mat­teo Renzi, durante l’ultima dire­zione nazionale.

di Gisella Siviero*

«Una trap­pola ideo­lo­gica», secondo Gisella De Simone, pro­fes­sora ordi­na­ria di diritto del lavoro all’Università di Genova e autrice di diversi arti­coli scien­ti­fici sul tema.

Trap­pola ideo­lo­gica? Fiore all’occhiello?

Sì, in par­ti­co­lare se venisse meno l’obbligo per il datore di lavoro di “giu­sti­fi­care” ogni licen­zia­mento, ren­dendo sostan­zial­mente quasi impos­si­bile, “dia­bo­lica” la prova della discri­mi­na­zione, già oggi non facile, pur con le age­vo­la­zioni pre­vi­ste dal diritto ita­liano in attua­zione del diritto dell’Unione euro­pea. Signi­fica ren­dere com­pli­cato, per le donne, l’accesso stesso al lavoro. Signi­fica man­te­nere e dif­fon­dere l’idea che le tutele per le donne sono un’eccezione alla regola.

E que­sta “ecce­zione” cosa comporterebbe?

Le parole hanno un peso, e que­sta ha un peso spe­ci­fico rile­vante, da un punto di vista giu­ri­dico. Certo l’eccezione del licen­zia­mento discri­mi­na­to­rio riguarda donne e uomini, madri e padri, ma di fatto, dati alla mano, sap­piamo che riguarda par­ti­co­lar­mente le lavo­ra­trici. Le quali, già per­ce­pite come più “costose” dalle imprese (per i costi diretti e indi­retti della mater­nità e dei con­gedi, per la minor dispo­ni­bi­lità, spesso, a muta­menti e pro­lun­ga­menti di orari, tra­sferte e tra­sfe­ri­mento, tanto per dire), saranno ancor meno “appe­ti­bili” nel mer­cato del lavoro, per­ché il loro licen­zia­mento (se con­nesso a genere e a mater­nità) com­por­terà san­zioni forti, rite­nute dalle aziende costose.

Andreb­bero allora eli­mi­nate le tutele spe­ci­fi­che di genere?

Una tutela di genere è giu­sto e dove­roso, secondo l’art. 37 della Costi­tu­zione, che esi­sta, ma deve essere effet­tiva. Vogliamo miglio­rare la situa­zione delle lavo­ra­trici? Ren­dia­mole appe­ti­bili sul mer­cato. Addos­siamo alla fisca­lità gene­rale i costi della mater­nità, per esem­pio. E poi disbo­schiamo la giun­gla dei con­tratti pre­cari. Lì le donne sono cre­sciute, pro­prio come i gio­vani, e non sono certo pro­tette dall’art. 18. Sem­pli­fi­care, que­sto è un bene per tutte e tutti. (clicca sul titolo per leggere tutto l'articolo)

Mat­teo Renzi ha detto che que­sto è pronto a farlo.

Sì, ma non è con una modi­fica dell’articolo 18 che si risol­vono i pro­blemi. Le ragioni vere per cui le aziende non inve­stono (abba­stanza) in Ita­lia non è l’articolo 18, che dopo la riforma Fornero-Monti si applica in pochi casi, né l’incertezza dell’esito delle azioni in giu­di­zio (comune ovvia­mente a tutti i paesi civili). Sono altre, più banali ma dif­fi­cili, non impos­si­bili, da risol­vere. Ne cito una sola, ecla­tante e fon­data su dati ogget­tivi: la durata del pro­cesso. Un lavo­ra­tore rein­te­grato dopo cin­que o sei anni com­porta costi immensi, inso­ste­ni­bili per le aziende, e non ha alcun senso per il lavo­ra­tore ille­git­ti­ma­mente licenziato.

Sem­pli­fi­care sì, ma sem­pli­fi­care bene. Ci spiega meglio?

Se dav­vero si vuole sem­pli­fi­care, e sem­pli­fi­care “bene”, sarebbe neces­sa­rio eli­mi­nare tutti i con­tratti iper­fles­si­bili intrin­se­ca­mente pre­cari, ricon­durli tutti a una forma di con­tratto di lavoro subor­di­nato a tempo inde­ter­mi­nato salvo quelli a ter­mine che dovreb­bero essere giu­sti­fi­cati con le esi­genze tem­po­ra­nee dell’azienda (se ho una com­messa di 3 mesi assumo per 3 mesi). Il con­tra­rio di quanto è avve­nuto a par­tire dalla cosid­detta legge Biagi, accen­tuato dalla libe­ra­liz­za­zione totale dei con­tratti a ter­mine intro­dotta da que­sto governo.

E l’articolo 18?

La seconda mossa sarebbe quella di gene­ra­liz­zare l’applicazione dell’articolo 18, esten­den­dolo anche alla pic­cola azienda (dove oggi la lavoratrice o il lavo­ra­tore licen­ziato ille­git­ti­ma­mente riceve solo un inden­nizzo irri­so­rio) salvo rita­gliare un’area di non appli­ca­zione della rein­te­gra­zione per le pic­co­lis­sime aziende (il nego­zio dove lavora il pro­prie­ta­rio con due o tre commesse/i), ripen­san­done i para­me­tri un po’ come avviene in Ger­ma­nia. Terza mossa: intro­durre un red­dito di cit­ta­di­nanza, un’indennità di disoc­cu­pa­zione ragio­ne­vole e digni­tosa che funga da rete di pro­te­zione per coloro che sono stati legit­ti­ma­mente licen­ziati per effet­tive esi­genze eco­no­mi­che delle imprese.

L’argomento quan­ti­ta­tivo usato da Renzi per dire che sono molto pochi i lavo­ra­tori ad essere inte­res­sati dall’articolo 18 è secondo lei rilevante?

E’ un boo­me­rang, nel senso che è la dimo­stra­zione che l’articolo 18 copre troppo poco ed esclude per defi­ni­zione tutta una serie di lavo­ra­trici e lavoratori. E poi va riaf­fer­mato un prin­ci­pio fon­da­men­tale: se un atto è ille­cito è ille­cito. Il giu­dice ordina la rein­te­gra­zione se il licen­zia­mento è ille­git­timo. Non è cor­retto mone­tiz­zare la vio­la­zione della legge, con­sen­tendo al datore di lavoro di “pagare il prezzo” di un com­por­ta­mento con­tra­rio alla legge. E que­sto al di là del fatto che si tratta anche di una que­stione etica e morale fon­da­men­tale, quella cioè di tute­lare la dignità della per­sona che non può essere licen­ziata per una scelta arbi­tra­ria del datore del lavoro. C’è il rischio del ritorno al licen­zia­mento ad nutum, con un solo cenno del capo.

Quali dovreb­bero essere le tutele irri­nun­cia­bili per tutte e tutti?

Il licen­zia­mento deve essere moti­vato, come sta­bi­li­sce l’articolo 30 della Carta dei diritti euro­pea (“Ce lo chiede l’Europa”: usia­molo a pro­po­sito, que­sto slo­gan, una volta tanto). È vero, poi, che la Corte costi­tu­zio­nale ha detto che la rein­te­gra­zione non è l’unica forma pos­si­bile di san­zione per un licen­zia­mento ille­git­timo, e che spetta al legi­sla­tore deter­mi­nare la san­zione appro­priata; ma ha anche chia­ra­mente detto che a chiun­que deve essere rico­no­sciuto il diritto di ricor­rere al giu­dice. Se dun­que il legi­sla­tore eli­mi­nasse la neces­sa­ria giu­sti­fi­ca­zione del licen­zia­mento, anche solo per i licen­zia­menti eco­no­mici, e la sosti­tuisse con un inden­nizzo attri­buito a chiun­que sia licen­ziato, vio­le­rebbe il diritto dell’Unione euro­pea e i prin­cipi costituzionali.

http://ilmanifesto.info/gisella-de-simone-ecco-il-fiore-allocchiello-di-renzi-sui-licenziamenti-discriminatori/

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