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educare alle differenze: educazione permanente

anarkikka-300-300.jpgdi Antonia Cosentino Leone

Che la cultura sia il terreno su cui le battaglie contro qualsiasi forma di sessismo e discriminazione di genere possano veder germogliare i frutti di un cambiamento reale della società, sembra assunto ormai assodato. Quantomeno nel dibattito femminista, e pure da un po' di tempo.

Da dove cominciare? Se il nesso cultura – educazione è presto fatto, lo segue subito dopo quello educazione – scuola. Scuola, questa scatola di cartone via via sempre più svuotata di valore, contenuti, senso, è infatti stato il tema più dibattuto nella due giorni romana "Educare alle differenze", organizzata da Scosse, Il Labirinto di Alice e Stonewall, tre realtà che da nord a sud hanno chiamato a raccolta associazioni, insegnanti, genitori e chiunque ruoti attorno a questo mondo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

E dove se non in una scuola, per l'appunto. La Scuola Di Donato di Roma, esempio di buone pratiche di cittadinanza per bambini e adulti. Più di 700 persone, per lo più donne bisogna dirlo, siamo tornate a sederci tra i banchi. Nessuna in cattedra ad impartire lezioni, ma tutte e tutti in cerchio a scambiare opinioni, confrontare esperienze per promuovere libertà e pluralità, a partire dal ragionamento su identità di genere, valorizzazione delle differenze, pluralità di modelli familiari, contrasto agli stereotipi, prevenzione di bullismo, omofobia, transfobia e violenza maschile contro le donne, discriminazione razziale. Ognuna con le proprie competenze, non sempre e non necessariamente legate all'ambito dell'educazione.

Tutte e tutti ad imparare, tutte e tutti ad insegnare. In assetto di educazione permanente. Perché se è chiaramente emerso che sin dalla più tenera età sia necessario partire per costruire cambiamenti duraturi nel tempo, è anche vero che questo cambiamento coinvolge anche tutte le persone che ruotano attorno a quei bimbi e bimbe in tenera età. Genitori, insegnanti, amici e amiche, nonni, e così via a seguire. Un cambiamento che coinvolge tutte e tutti, chi più chi meno imbevuto di cultura patriarcale, di stereotipi più o meno inconsapevoli, di resistenze culturali ereditate. Educazione che travalica le mura scolastiche dunque, per finire nelle piazze, nei centri sociali, nei luoghi del gioco e dello sport, ma anche che travalica confini generazionali, rimettendo tutto in discussione.

A vederla così sembra un lavoro incredibilmente difficile, soprattutto se si tiene conto di tutte le resistenze e le ostruzioni che esperienze di educazione alle differenze già realizzate hanno incontrato e incontreranno. Basterebbe, in realtà, ricercare dentro ciascuna e ciascuno il desiderio di volerla veramente una società diversa, libera, laica, aperta, non sessista. Sarebbe quel desiderio a far rimboccare le maniche per cominciare subito, ognuna e ognuno nel proprio piccolo, sarebbe poi la somma di ogni piccolo a fare grande il cerchio. Educare e rieducarci alla libertà, un concetto che in molte e molti abbiamo dimenticato tra i libri dell'anno scolastico passato, assimilato e poi dato per scontato e invece propedeutico alla realizzazione di un mondo migliore. Cominciare dalla costruzione di una rete, un grande registro in cui trascrivere esperienze, pratiche, modalità, piuttosto che voti e valutazioni. E costruire a fianco rapporti virtuosi con le istituzioni. Forse lo scoglio più complicato. Grandi assenti, non a caso, il Miur e la Ministra Stefania Giannini.

Troppo spesso i laboratori, i corsi, il confronto su questi temi si limitano ad esperienze una tantum, con risorse economiche limitatissime, laddove non inesistenti. Non è la strada da seguire. Il cambiamento va pensato in maniera complessiva e con risorse stabili. Il volontariato ha, fino ad oggi, spesso supplito a ciò che è mancato da parte delle istituzioni, ma fino a quando sarà possibile? Come si coniuga con un precariato dilagante che fa i conti con vite di lavori sommati, saltuari, flessibili, che mortificano o annullano del tutto lo spazio e il tempo per il volontariato, anche quando ce ne fosse il desiderio?

Infine le competenze, quali e di chi? Potrebbe essere proprio la rete in costruzione, il passaparola tra i banchi, lo scambio reciproco, a dare riconoscimento alle buone pratiche, valore alle diverse esperienze. Non competenze strutturate, niente vademecum, ma relazione continua e lavoro su di sè. Anche a partire dalla pratica politica, che è essa stessa competenza. Il pensiero va subito all'autocoscienza, terreno fecondo per lo scardinamento di stereotipi, resistenze, modelli precostituiti di esistenza. Un luogo di libertà, che io stessa vivo da qualche messe nella Collettiva catanese Ragazze Sole, nata nel gruppo Le Voltapagina.

Questi e mille altri i temi scritti sulla lavagna, di cui ancora parlare nei territori, nei gruppi. Infinte le suggestioni che porto con me a casa, una valigia o meglio una cartella ricca di idee, voglia di fare, speranza di riuscire. Grata a quest'occasione di confronto per avermi regalato consapevolezza e adrenalina, indignazione e creatività. Voglia di fare molto più forte dello sconforto di constatare che quanto sognava Olympe De Gouges all'indomani della Rivoluzione Francese, quando scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, non è ancora neanche vicino alla realizzazione compiuta.

Apriamo i nostri bei quadernoni, scriviamo la data, per svolgere il tema ci metteremo un po', ma quello che verrà fuori sarà di certo importante, significativo, aldilà del voto che ci verrà dato.

 

Pubblicato su Le Voltapagina

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