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EDucare alle differenze: le scosse di Sara

trento.png.jpgdi Sara Catania Fichera

 

Alla fine dello scorso mese di agosto, Antonia Cosentino Leone, compagna e sorella del variegato gruppo politico di donne Le Voltapagina – che si riunisce a Catania ogni sabato pomeriggio presso la libreria omonima – ha scritto una mail con la quale ci comunicava di aver prenotato il volo per partecipare alle due giornate romane sull'educazione di genere. Immediatamente SCOSSE energetiche mi hanno attraversata e spinta ad accogliere il suo invito: avrei partecipato anch'io!

Sono Sara Catania Fichera, femminista e architetta. Da anni mi firmo con il cognome di entrambi i genitori, in rigoroso ordine alfabetico, perché sono favorevole alla possibilità di scelta, per mamme e papà, del cognome da trasmettere a figlie e figli. Essere femminista per me è un modo di essere e di abitare il mondo, e penso e spero che ogni gesto della mia vita quotidiana sia politico e performativo, ossia capace di innescare e produrre cambiamenti nell'immaginario individuale e collettivo. [clicca sul titolo per leggere tutto]

Fin da bambina parlavo già di parità fra i generi e lentamente prendevo coscienza di ruoli, modelli e stereotipi da smantellare perché mi sembrava che producessero ingiustizia e infelicità; ho scoperto quindi ben presto la mia passione femminista e fin dai tempi dell'Università mi sono adoperata per stimolare, essere complice e partecipe di un cambiamento capace di produrre un sistema sociale inclusivo che desse cittadinanza compiuta a tutti i soggetti polimorfi e poliversi, umani e non umani, che abitano insieme a noi. Quindi, malgrado io non sia una insegnante, né una sociologa o una psicologa, mi sono impegnata, e continuo a farlo, sulla trasmissione di storia, parole, pensieri e pratiche femministe in tutti i modi e in tutti gli spazi e i luoghi ove è possibile farlo. Inoltre, considerato che ciascuna e ciascuno di noi subisce il dualismo sessista, misogino e omofobo fin da quando si trova dentro l'utero della propria mamma, penso che ogni occasione sia buona per stanare residue tracce interiori ed esteriori di stereotipi e pregiudizi patriarcali, anche dentro di sé.

Queste le ragioni che mi hanno spinta ad esserci con la speranza che l'educazione di genere diventi una realtà concreta, permeando in modo trasversale tutti gli ambiti disciplinari. Tutte e tutti noi siamo l'origine di questo percorso, del quale stiamo disegnando le possibili linee guida, sicché mi piacerebbe che dal desiderio – comune a tutti i tavoli di lavoro – di "fare rete" venissero fuori indicazioni tecniche e concrete che ci suggeriscano come agire a livello locale. Ovviamente sono grata alle tre associazioni che hanno promosso questa iniziativa, che secondo me avrebbe avuto bisogno anche solo di una mezza giornata in più per creare momenti di possibile dibattito nei vari tavoli di lavoro: è questo l'unico limite, che contestualmente però dà conto dell'elevato numero di donne e uomini interessati all'argomento. Una preoccupazione, che sorge dalla mia partecipazione al tavolo "Società e diritti", è legata alla formazione di coloro che andranno a formare chi formerà. Nel nostro tavolo e in altri, come si è detto in plenaria, è stato sollevato il pericolo della professionalizzazione di formatrici e formatori; l'istituzionalizzazione di tali figure potrebbe difatti svuotare di contenuto politico le attrici e gli attori del cambiamento, tuttavia la formazione è indispensabile e va fatta con molta attenzione e cura.

Un esempio: nel corso della discussione nel mio tavolo di lavoro ho sentito due donne siciliane riconfermare pregiudizi e stereotipi rispetto al proprio territorio. Se queste due donne avessero parlato della loro esperienza non avrei avuto nulla da obiettare; hanno invece affermato che in Sicilia siamo 10 anni indietro: ma indietro rispetto a cosa e a chi? Questo episodio mi ha riconfermato che la formazione di chi formerà deve prevedere anche la conoscenza della storia dell'ampio movimento politico delle donne, dei femminismi e del movimento glbtqi, sul territorio nazionale e locale, assieme alla conoscenza delle azioni di gruppi politici, di collettivi, e anche del lavoro di singole donne e uomini, che quotidianamente si impegnano sul territorio nel tentativo di produrre spostamento nell'immaginario individuale e collettivo, spesso con grande fatica, e quasi sempre come lavoro volontario e non retribuito.

Le pratiche femministe, elaborate dagli anni Settanta ad oggi, sono una forma di lotta pacifica e rivoluzionaria ancora valida nei confronti del pensiero Unico e delle Verità Assolute che il patriarcato ci propone: "partire da sé", "il personale è politico", "autocoscienza", "self-help", "pratica della relazione", sessualità, il corpo, i corpi al centro. Ho ascoltato quindi con molto piacere una giovane donna di un collettivo universitario di Padova, nato a partire dalla violenza di genere, che lentamente ha spostato l'attenzione sulla salute e sulla conoscenza di sé, arrivando ad aprire una Consultoria. Così come ho apprezzato le parole di una studente pisana che ci ha raccontato di un collettivo femminista queer che fa autocoscienza. Penso che, tanto la cultura queer quanto l'ecofemminismo, siano la summa dei pensieri più inclusivi e includenti elaborati fino ad oggi. In tante hanno sottolineato l'importanza di informare e formare in ambiti diversi, quindi nella scuola ma anche nella città, dentro e "fuori le mura", in spazi chiusi pubblici ma anche nelle strade e nelle piazze. Tantissimi gli input ad ampio raggio su strumenti, progetti e metodi da parte di tutte le associazioni femministe, femminili e GLBTQI presenti all'incontro.

Da tutte le parti si è ribadita la necessità di formare non solo il personale docente ma anche le e i dirigenti, le famiglie e le istituzioni che spesso si mostrano ostili al lavoro delle e degli insegnanti. A proposito di istituzioni, un consigliere comunale di Pisa, Francesco Auletta, ha proposto di scrivere una mozione da presentare ai vari Consigli comunali affinché i temi sull'educazione di genere vengano recepiti, che se ne discuta in consigli aperti e partecipati da cittadine e cittadini per far sì che i Comuni si trasformino in soggetti attivi del cambiamento, finanziando buone pratiche e relative ricerche. L'associazione Resto al Sud ha proposto invece una campagna di raccolta firme per la proposta di legge, elaborata e già depositata in Parlamento da circa un anno, per introdurre l'educazione sentimentale nelle scuole; l'obbiettivo è che si crei una forte pressione sociale in modo che la proposta di legge Un'ora d'amore venga discussa, recepita e attuata. Da più parti è uscita la necessità di rivedere i libri di testo, di ogni ordine e grado, e si è parlato dell'utilità degli opuscoli prodotti dall'Istituto Beck su commissione dell'UNAR per prevenire e contrastare sessismo, bullismo ed omofobia. Infine, nella plenaria di domenica si è ribadita l'importanza dei vari linguaggi da usare nei più svariati contesti e la necessità di fare rete fra tutti i soggetti presenti a queste prime due giornate, prevedendo un prossimo appuntamento nazionale fra circa un anno, preceduto da momenti collettivi di riflessione ed elaborazione locale e regionale.

Mi è piaciuto molto che nei tavoli dedicati alle fasce di età fra i 0 e i 12 anni si sia parlato di "educazione alla libertà" e di fare rientrare il corpo vero all'interno della scuola: grasso, magro, disabile, alto, basso, nero, bianco, giallo, transessuale etc ... il corpo autentico contro il corpo di facciata. Educare quindi per "tirare fuori" e aggiungo io, per imparare in modo reciproco. Oltre alla necessità di fare rete fra di noi, per scambiare saperi, esperienze e strumenti e per renderci vicendevolmente "competenti", si è evidenziata l'importanza della rete per acquisire forza e fare pressione sulle istituzioni e sul MIUR, affinché siano previste voci di bilancio necessarie per finanziare i vari settori. La rete darà vita a una sorta di mappa territoriale nazionale che darà conto dei soggetti singoli e collettivi che lavorano sull'educazione di genere e sentimentale. Si è sottolineato infine il pericolo insito a qualsiasi legge in merito: ossia che queste siano elaborate da soggetti non opportunamente formati. Considerata quindi la difficoltà anche per chi è sensibile a questi temi di comprendere e mettere in discussione i propri pregiudizi, penso che sarebbe quanto mai opportuno e necessario, per tutti e tutte le aspiranti formatrici, fare qualche anno di autocoscienza, pratica che prevede un concreto percorso di liberazione personale.

A questo proposito segnalo che da qualche mese a Catania è nata la "Collettiva Ragazze Sole". Alcune donne del gruppo Le Voltapagina – io tra loro – hanno deciso di fare questa esperienza. La nostra "madrina", Emma Baeri, presente al nostro primo "cerchietto", ha regalato a tutte noi un plico con alcune frasi di Carla Lonzi, e fra queste abbiamo trovato il nostro nome. Questa mia breve trasferta romana è stata per me un'importante esperienza personale e politica ad ampio raggio, dal "viaggio" condiviso con Antonia, allo scambio con sua sorella Giulia e con l'amica Barbara; all'incontro inaspettato e gioioso con Tania, che non vedevo da anni e mi sembrava ieri; la vulcanica Adriana di Lo sciopero delle donne, Chiara, io e lei entrambe "Sconvenienti", il gruppo aggregatosi a Milano, ormai molti anni fa, sul tema "femminismo e generazioni"; e tante altre donne, delle quali ricordavo i visi ma non i nomi.

Sono rientrata da Roma carica di energia positiva, speranza e benessere, con fiducia pensando che forse il mio desiderio di contribuire a inventare e a diffondere una cultura più giusta e includente potrebbe diventare realtà. Mi sento a cavallo quindi, naturalmente della scopa!

Grazie a tutte e tutti coloro che hanno organizzato e partecipato.

 

Pubblicato su Le Voltapagina

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