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Violenza contro le donne. Come perdere la battaglia

feminicidios.jpgdi Lorenzo Gasparrini*

A quasi un anno di distanza dal DL 14 agosto 2013, n. 93, “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonche’ in tema di protezione civile e di commissariamento delle province” – il cosiddetto DL sul femminicidio, si può dire che il governo ha risolto il problema sociale di cui quel decreto doveva occuparsi alla base. Ha finito di distruggere le possibilità di contrastare efficacemente il fenomeno, in tre mosse.

Prima mossa: produrre un DL che scontenti tutti e che si risolva in una mera operazione di facciata, ma che abbia un nome altisonante. Questo è stato fatto nell’agosto scorso: le critiche all’impianto della legge – che solo in minima parte si occupa di femminicidio – erano subito state formulate. Avvocate/i e magistrate/i avevano espresso dubbi su due punti importanti: (clicca sul titolo per continuare a leggere)

l’irrevocabilità della querela (la donna non potrà più ritirare la sua querela verso chi la perseguita), e i nuovi poteri delle forze di polizia. Sostiene con chiarezza che il decreto sul femminicidio «va profondamente ripensato» il presidente dell’Unione Camere Penali Valerio Spigarelli. Nel dettaglio, criticando l’irrevocabilità della querela, il leader dei penalisti ha spiegato che la norma «produrrà paradossalmente effetti antitetici rispetto alle intenzioni del legislatore», in una «via senza ritorno». Per l’Anm, associazione nazionale magistrati, i punti critici del testo riguardano «l’appesantimento di alcune procedure» e la previsione di aggravanti solo per alcuni reati e non per altri.

Anche il linguaggio e le definizioni usate dall’impianto di quella legge hanno suscitato polemiche molto pesanti, ben sintetizzate da Barbara Spinelli (non quella della vicenda Tsipras, l’altra):

Il vizio insanabile di questo decreto, sta nella sua stessa ratio: non mette al centro la promozione e la tutela dei diritti della persona offesa nell’ambito del processo penale, ma la percezione di insicurezza legata ai reati che colpiscono “soggetti deboli”.

Diciamo che quel DL non è proprio un buon inizio; ma poi si continua sulla stessa linea.

Seconda mossa: al momento di distribuire i fondi stanziati dal DL, la prima sorpresa:

La richiesta avanzata dai Centri antiviolenza, che da oltre vent’anni lavorano sul campo, di ricevere finanziamenti che li sostengano è stata respinta per una scelta politica tutta tesa a prendere il controllo dei percorsi delle donne che vogliono dire basta alla violenza. Saranno finanziate soprattutto reti di carattere istituzionale, contro quanto affermato dalla Convenzione di Istanbul che privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, il tutto sulla base di una programmazione fatta dalla Regione.

Si tratta di una elemosina abbastanza evidente, dato che la Convenzione di Istanbulratificata dal Senato, sostiene che

Le Parti stanziano le risorse finanziarie e umane appropriate per un’adeguata attuazione di politiche integrate, di misure e di programmi destinati a prevenire e combattere ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione, ivi compresi quelli realizzati dalle ONG e dalla società civile. […] Le Parti riconoscono, incoraggiano e sostengono a tutti i livelli il lavoro delle ONG pertinenti e delle associazioni della società civile attive nella lotta alla violenza contro le donne e instaurano un’efficace cooperazione con tali organizzazioni. 

Quanto la Convenzione sia stata rispettata è descritto nei link sopra. Tra l’altro, va notato che nella direzione della Convenzione di Istanbul si era già mossa la politica della ministra Idem, prima che sparisse dalla scena mal supportata dal governo Letta per non essere più rimpiazzata – avete fatto caso che non abbiamo più il dicastero delle Pari Opportunità? In effetti, a ben vedere, sarebbe stato d’impaccio.

Terza mossa: una bella campagna istituzionale contro la violenza sulle donne completamente sbagliata nella sua realizzazione, tanto da far sorgere il sospetto che nessun esperto di queste situazioni vi abbia collaborato.

E arriviamo all’errore finale del filmato. La ragazza apre la porta all’ex che ha appena lasciato e denunciato. Il momento in cui una donna decide di interrompere la relazione, è quello più delicato perché le violenze possono aumentare di intensità fino a divenire estreme. E’ inopportuno (a dir poco) mostrare una donna che apre tranquillamente la porta ad un ex che sta lasciando o che ha denunciato. Molti femminicidi sono stati compiuti con la scusa dell’ultimo incontro per dire addio o per recuperare effetti e documenti personali.

Ribadiamo: le persone che hanno le competenze, maturate sul campo, per produrre una campagna efficace, sono quelle che lavorano presso le associazioni che riceveranno, come fondi stanziati dal DL sul femminicidio, seimila euro l’anno per due anni. Così, dopo aver costruito un impianto di legge lacunoso e difettoso, aver finanziato male chi dovrebbe beneficiare di quella legge per lavorare efficacemente sul territorio, si completa l’opera disinformando la pubblica opinione. 

*http://www.imille.org/2014/07/distruggere-una-battaglia-civile-diritti-tre-mosse/

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L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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