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Camicette bianche. Oltre l'8 marzo

Il 25 Marzo 1911 bruciò la Triangle Waist Company a New York City, una fabbrica di camicette alla moda. Nell'incendio morirono 146 persone di cui 126 donne, 38 erano italiane. Il rogo è tra i tragici avvenimenti che si commemorano per la giornata internazionale della donna: 126 giovani lavoratrici morte in una fabbrica in cui mancavano le norme minime di sicurezza sul lavoro. Vite che per decine e decine di anni sono rimaste nell'oblio, alcune addirittura non identificate e riunite in un unico monumento funebre: un bassorilievo raffigurante una donna inginocchiata con il capo chino. 1236459185TRABAJADORASDELHOGARboli.jpg

Un libro racconta, per la prima volta in Italia, tutte le vittime dell'incendio e ricostruisce il contesto storico.

Camicette bianche. Oltre l'8 marzo (Navarra editore) vuole ridare dignità a quelle morti, dando a ciascuna vittima un nome, un cognome e un storia da raccontare. Un lavoro di recupero della memoria - che l'autrice, Ester Rizzo, ha portavo avanti attraverso ricerche negli archivi e interviste ai discendenti delle giovani operaie - per far conoscere un'immane tragedia che viene, in maniera talvolta erronea, legata a doppio filo con la giornata internazionale delle donne, l'8 marzo. Un testo che pone davanti allo scottante quanto mai attuale problema della sicurezza sul posto di lavoro e dei diritti delle lavoratrici e lavoratori, e che porta a riflettere sulla migrazione di ieri e di oggi. A partire dal libro è stata lanciata con il "Gruppo di Toponomastica Femminile" una petizione pubblica rivolta ai sindaci delle 16 città italiane coinvolte in questa vicenda perchè intitolino loro un luogo pubblico che ne onori la memoria in modo meno indistinto di come è avvenuto finora.
L'editore ha realizzato anche un bel video per presentare il libro, qui il link https://www.youtube.com/watch?v=H59LlMxmcWM.

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L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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