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Matrimonio all’ITALIANA e la NOSTRA violenza

norvegia-300x161.jpgdi CB*

 Ve la ricordate la recente campagna pubblicitaria norvegese che ritraeva una coppia nel giorno del matrimonio? Il classico scatto in posa che incarnava tutti gli stereotipi di una felicità chiavi in mano.

Accanto però la stessa foto vista da dietro e la terribile realtà: i lividi sul braccio di lei, la brutale violenza con cui il futuro sposo le stringeva il polso. Una campagna di cui Radio Cora ha diffuso le immagini nei mesi scorsi perché ben rappresentava l'apparenza delle relazioni e la violenza della realtà. Il tutto condito dal momento dei momenti, con tanto di vestito bianco, rosa all'occhiello e luci puntate sul trucco e sull'acconciatura. Ma nel cono d'ombra, la più cupa e quotidiana verità.

Ho pensato a quella campagna quando ieri (15 giugno ndr) insieme alla notizia del triplice omicidio di Motta Visconti venivano diffuse le foto del matrimonio di Cristina con colui che pochi anni dopo le avrebbe tolto il futuro, suo e dei suoi figli. (clicca sul titolo per leggere l'articolo intero)

La cronaca all'italiana è sempre la stessa quando si tratta di additare il carnefice, il mostro di turno: fare vedere la pregressa normalità, la precedente e perfetta adesione alle aspettative sociali. Inducendo nell'interpretazione di ognuno l'idea che qualcosa ad un certo punto si è incrinato, in modo tanto incomprensibile quanto fulmineo, incontrollabile. Come se la nostra testa "accettasse" di più la visione di un raptus che di una precisa impostazione mentale dell'assassino e della società che lo circonda. La nostra.

Lui che ha deciso di eliminare ciò che lo ostacolava nella sua "libertà". Perché ancora oggi in un rapporto di coppia così come in una relazione sociale si preferisce evitare il confronto, non riconoscere i propri limiti, non assumersi le proprie responsabilità. La via più facile è quelle del cancellare, dell'annientare l'altro.

E nella strage di Motta emerge in tutta la sua evidenza insieme ai tipici quanto marci stereotipi all'italiana: il matrimonio felice su pellicola, il pallone e la birra con gli amici, l'altra donna e la voglia di evasione, la famiglia sentita come 'nemica', fino ad arrivare a quella notte. Una cronaca che a quel punto mette in evidenza il rapporto intimo precedente, il pentimento successivo, dando libero sfogo alla voglia pruriginosa di particolari e alla concezione dell'uomo che ha perso la testa e che ritorna alla realtà, chiedendo il massimo della pena.

Non vengono sottolineati invece mai abbastanza la premeditazione del gesto, la fredda lucidità della scelta delle azioni da compiere, il tentativo di depistare e la confessione solo dopo l'essere stato inchiodato ai fatti.

C'è tutto un mondo intorno a questa tragedia, che non è né unico né lontano da noi. Il suo livello di gravità può raggiungere tali atroci vette o rimanere sottaciuto dietro una foto di una cerimonia da copertina. Sta a noi imparare a riconoscerlo per saperlo affrontare, culturalmente prima di tutto.

Il sonno interrotto di quei bambini e i perché di quella mamma dovrebbero essere responsabilità di tutti noi. Non dopo Motta, ma sempre.

* articolo ripreso da http://www.radiocora.it

 

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L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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