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Il coraggio dell’assessora

di Adriana Terzo. 

Dal 14 giugno, giorno in cui abbiamo deciso di lanciare il nostro appello, abbiamo ricevuto centinaia e centinaia di mail. Oltre 1500 per la precisione, di cui un terzo di associazioni e gruppi. Lettere virtuali, spesso di sostegno e condivisione, a volte semplici commenti giustamente ficcanti. La firma della maggior parte di tutta questa gran mole di posta, è una firma di donna, sia che si tratti di singole che di associazioni o gruppi. Solo il 5% delle adesioni allo Sciopero è firmato da uomini. Quello che ci è subito saltato agli occhi è stata la constatazione di quanto queste nostre compagne e amiche, persone molto sensibilizzate alle tematiche di genere, giovani e meno giovani, spesso arrabbiate quanto e più di noi, di una cosa proprio non riescono a liberarsi: del linguaggio sessista. Assessore, consigliere, sindacaliste ma anche avvocate, architette, ricercatrici. Solo in pochissimi casi le donne con cariche di un certo peso - parliamo, ovviamente, di coloro che ci hanno scritto - hanno declinato al femminile. Per quasi tutte, il riferimento è e resta maschio.

Sul perché questo accade, il dibattito resta aperto. Quello che ci sentiamo di dire è che la strada verso una reale parità di genere passa certamente anche per l'uso di un linguaggio più ampio e flessibile possibile, in grado di registrare la presenza femminile nei vari aspetti della vita quotidiana. Ecco perché noi pensiamo che, già a partire da una semplice mail, è possibile usare la nostra lingua in un modo che sia più corretto e rispettoso di noi donne. O perlomeno, più rispettoso di quanto non accada nelle conversazioni di tutti i giorni, nei moduli da riempire al comune o a scuola. Meglio, comunque, di quanto facciano i media, la pubblicità, le istituzioni. Perché è evidente: la lingua che usiamo può essere un veicolo molto potente per orientare il pensiero e le azioni di chi ci legge. Diciamo di più: l’italiano che usiamo ogni giorno è il mezzo più efficace per trasmettere la nostra visione del mondo, un binario su cui viaggia il pensiero e anzi, lo forma. Proprio per questo, parlando e scrivendo senza l'attenzione ad una lingua di genere (e cioè attenta al femminile), perpetuiamo tutta una serie di stereotipi e luoghi comuni su di noi. Giornali e tv sono specialisti in materia.

Cosa significa essere attent@ al genere, femminile nella fattispecie? Significa essere consapevoli che tra le parole, il pensiero e l’immagine c’è una specie di sinapsi, per cui io dico una cosa, e subito nella mia testa scatta la connessione con una certa rappresentazione. Se dico cuoco, penso ad un uomo che sta ai fornelli. Se dico operaia, vedo una donna dentro ad una fabbrica. Ecco perché è fondamentale, già dall’infanzia, far scattare le connessioni corrette. E le maestre (e i maestri) - tanto per fare un esempio – non farebbero male ad insegnare che l'Italiano ha un genere femminile e uno maschile, e che non esiste il genere "neutro" per cui si tende ad usare sempre il maschile. E farebbero meglio se parlassero anche delle tante donne della Storia che nei nostri libri non ci sono pur sapendo che è anche grazie a loro se oggi siamo qui a discettare sui nostri destini. Così nella mente delle bambine scatterebbe l’immagine di una donna forte, da imitare; e nei bambini, quella che le donne possono stare al centro della scena con coraggio e competenza. Una rivoluzione. Che bisogna prima o poi incominciare da qualche parte.

Per esempio, possiamo incominciare dando visibilità alle volontarie, alle migranti, alle fattorine, alle segretarie, alle magistrate, alle giudici perché - come ormai diciamo sempre - non nominarle mai, queste donne, significa di fatto "annientarle". Alimentando, allo stesso tempo, un immaginario non rispondente alla realtà, e dove trionfano quegli stereotipi che ci vogliono solo ornamento od oggetti sessuali, veline o pezzi di macelleria. La realtà, invece, dice che le donne, noi donne, fatichiamo molto dentro e fuori casa, studiamo, e ci impegnamo nella vita civile. Ma se non viene mai o quasi mai mostrata tutta questa immensa mole di lavoro, se non le facciamo vedere tutte queste peculiarità, come possiamo cambiare la nostra Cultura che afferma il contrario? E cioè che siamo solo vittime-deboli-fragili-veline-escort-sante-madonne?

E' un discorso delicato, ed è difficile far capire che la violenza sulle donne passa anche da qui, nel non riconoscerle, e dunque non valorizzarle per ciò che sono. Inoltre, non è facile scrivere in un linguaggio non sessista perché devi ripetere il femminile e il maschile, oppure ricordarti di declinare al femminile, e ancora usare termini che non facciano solo riferimento all'uomo (le origini dell'uomo=le origini dell'Umanità). Lo sappiamo, qualche collega ci ha pure bacchettato che si rischia di appesantire i contenuti. Noi rispondiamo: possiamo/dobbiamo parlare e scrivere in un modo non sessista, costi quel che costi. Iniziamo a nominare le donne, in un articolo di giornale o una mail o quando parliamo, anche solo una volta. Cara collega, caro collega (invece che solo CARI COLLEGHI). Care amiche, cari amici (invece che solo CARI AMICI), carissime e carissimi (invece che solo CARISSIMI). E soprattutto, citiamo sempre al femminile le cariche se occupate da donne (ministra, sindaca, CONSIGLIERA, LA PRESIDENTE, L'ASSESSORA, lo dice la grammatica italiana...).

Detta così sembra una sciocchezzuola, della serie ci sono cose più importanti da fare nella vita, ma a lungo raggio, con un volo di fantasia da oggi ai prossimi vent'anni, lavorando anche su altri fronti culturali - la rappresentanza delle donne sulla stampa, in tv, nella pubblicità,nella vita di tutti i giorni - solo se si riuscirà a cambiare l'atteggiamento e il modo di pensare nei nostri confronti, forse l'eco della violenza di genere sarà affievolito dalla consapevolezza. E forse non sentiremo parlare più di donne ammazzate solo perché volevano essere persone. Libere di scegliere.

manifestazione-donne-libere

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L'Appello

Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza 

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta. Leggi

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