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Io e mio figlio Federico Aldrovandi - Il peso delle parole

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di Patrizia Moretti*

Nonostante l'aria condizionata, fa ancora molto caldo qui dentro, nell'aula del tribunale. E non riesco a pensare a niente. Sono passati due anni dalla prima udienza del processo, è il 6 luglio 2009. Il giudice Caruso è in camera di consiglio da cinque ore. Sono quasi le sette di sera, dovrebbe uscire da un momento all'altro. In tutti questi anni non sono stata in grado di leggere dietro quella sua espressione immobile, che ha sempre mantenuto in aula. Non sono riuscita a cogliere un'emozione, una smorfia, un trasalimento anche piccolissimo che mi permettesse di intuire i suoi pensieri. Nulla.

Sta uscendo con un foglio tra le mani. La sentenza. Colpevoli. 
Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto sono condannati a una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo. Sono colpevoli...(clicca sul titolo per continuare a leggere)

Piango rido, rido piango. Stefano e Lino sono qui, accanto a me che rido e piango. Piange e ride anche Lino, abbraccio Stefano. Piangono anche i nostri avvocati, mi cercano i giornalisti, si avvicinano per avere una dichiarazione. 
«È giusto.» Riesco a dire solo questo, tra le lacrime.
 Sono le uniche due parole che mi risuonano dentro. È giusto. È giusto che ci sia una condanna, non sono riuscita nemmeno a sentire di quanti anni ma non è così importante. C'è una condanna, questo conta.
 È giusto.
 Sento di avere ottenuto giustizia, c'è una sentenza, finalmente.

In questi anni ho capito cosa significava realmente quello che ho provato in quel momento.
 Perché la sensazione di avere avuto giustizia passa senz'altro attraverso le sentenze dei tribunali, che sono fondamentali, ma va oltre. Non si ferma qui. Quello che conta è il significato di una sentenza. Quando un giudice arriva a definire la colpevolezza di un imputato, come è successo per noi, questa consapevolezza diventa pubblica. Il giudice sancisce la colpevolezza davanti a tutta la società.

Per me, per il mio dolore, è importante. Perché ho bisogno del consenso, della consapevolezza di tutti. Di sentire che gli altri sono a conoscenza, come lo sono io, di quanto è accaduto. Che è chiarito, stabilito davanti a tutti quello che i quattro poliziotti hanno fatto a Federico.
 La società poi, in fondo, è questo: il gruppo, le persone, il movimento. Possiamo definirla in tanti modi. È la coscienza diffusa. Ed è di questo che hai bisogno per non sentirti sola.

È il valore sociale di una sentenza che, alla fine, ti fa sentire di avere avuto giustizia o meno. Per me non era importante che la condanna fosse di tre anni piuttosto che l'ergastolo. Era importante che fosse una condanna.
Vale per tutti. Loro sono colpevoli. Tutti lo sanno.
Tutti sanno che hanno ucciso Federico. 
Anche se le pene sono state basse, mi consola il fatto che sia un esempio per gli altri. Perché ce ne sono tantissimi di casi così. La vera vittoria è che è aumentata la sensibilità pubblica rispetto a queste vicende. 
Vuol dire non essere più inermi.
 Che cose del genere non potranno più accadere nel silenzio generale.
 È per questo che di fronte a queste tragedie il bisogno di socializzare è così forte. Per questo condividere l'impegno con gli altri è stato necessario.
 La dimensione sociale coinvolge persone che non conosci ma che sentono quello che senti tu, che partecipano ai tuoi stati d'animo. È questo che ti permette di ricevere e di dare, è uno scambio. Perché so di fare qualcosa che vale per Federico ma che varrà anche per tutti i Giacomo o gli Stefano, per tutti i ragazzi del mondo. [...]

*Un estratto dal libro di Patrizia Moretti (con Francesca Avon), Una sola stella nel firmamento. Io e mio figlio Federico Aldrovandi (Il saggiatore)

Pubblicato su www.doppiozero.com

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