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Non devo niente. E le donne dovrebbero stare a pensione completa per i prossimi millenni

casalinga.jpgdi Claudia Bruno

Perché sbatti le cose? Mi chiede spesso il mio compagno quando ho in mano oggetti che hanno a che fare con la cucina e la casa. Che motivo c’è? Mi chiede ancora lui, inserito a pieno titolo nella nuova generazione di uomini casalinghi, non senza periodici risentimenti. Allora io lo guardo senza saper bene cosa rispondere. Poi mi ricordo del video di Martha Rosler, Semyotics of the Kitchen (http://www.youtube.com/watch?v=3zSA9Rm2PZA), e sorrido.

Spesso, troppo spesso ancora, capita di sentirsi dire che il femminismo è inutile nel 2013. Soprattutto in un paese “sviluppato”, soprattutto per una donna “giovane” che è libera di decidere cosa vuole e perseguire i suoi obiettivi senza ostacoli. Perché “il femminismo è una cosa vecchia” e oggi va tutto “anche troppo bene” rispetto a come era prima, e anzi “parli pure, con la fortuna che hai”. Lingua lunga e grilli per la testa, ma che ti sbatti.

Lo confesso, c’è stato un tempo in cui l’ho creduto anch’io.

Voglio confessarvi qual è invece adesso il mio pensiero più segreto. Io penso che se tutto andasse davvero bene, una donna oggi potrebbe per esempio decidere nella dovuta pace di non pensarci proprio a farsi carico del mantenimento della materia contenuta tra quattro mura, e sapere nel suo cuore che per i prossimi cento, duecento, trecento anni, e di più, anche sua figlia, e la figlia di sua figlia, e le figlie dopo potrebbero decidere lo stesso senza incappare in giudizi, pregiudizi o sensi di colpa.

Ecco, lo confesso senza pudore, se fosse per me, le donne dovrebbero stare a pensione completa per i prossimi millenni.  (clicca sul titolo per continuare a leggere)

Della manutenzione – un affare gestito per secoli da un sesso solo, in silenzio, digrignando i denti e mordendosi la lingua – dovrebbero occuparsene gli uomini, i maschi, (compagni e mariti, nel caso delle coppie eterosessuali, “angeli del focolare inviati dallo Stato”, nel caso di coppie lesbiche o single). Può far ridere, lo so. Però non è una battuta, e nemmeno una cattiveria. Io questa cosa la penso davvero tutti i giorni e non credo di essere animata da una mostruosa insensibilità, ma solo dalla consapevolezza che sono “una donna”.

Quando dico che “sono una donna”, penso che sono nata molto prima di quando sono nata io, con queste gambe e queste mani. Sulle mie ginocchia grava un peso molto più grande dei miei cinquantasette chili.

Per molto ho pensato alla condivisione tra i sessi della gestione del quotidiano come alla chiave di volta rispetto alla conciliazione che grava tutta su un corpo solo. Sì, mi sono detta tante volte, procediamo verso la soluzione. Ma allora perché ancora la rabbia? Tutti quei nodi irrisolti nel quotidiano? Tutto quel peso sulle ginocchia quando si tratta di fare la mia parte? E infatti stavo tralasciando un tassello importante. Non si può rimediare a un’asimmetria con una cancellazione, sarebbe come mettere una toppa su un buco, la polvere sotto il tappeto.

È che storicamente siamo creditrici. Se non lo teniamo a mente noi, nessun’altro lo farà al posto nostro. Lo scriveva Eva Quistorp, tra i fondatori del Partito dei Verdi in Germania, nel 1985 insieme ad altre a proposito del lavoro gratuito femminile[1]. Lo scrive oggi Christine Vanden Daelen, a proposito del debito pubblico e delle politiche di austerità che colpiscono prima di tutto le donne, vampirizzate dal mercato e da politiche di welfare “a costo zero”[2].

Insomma creditrici lo siamo ancora, ed è un fatto che riguarda il presente, perché una restituzione ancora non c’è stata. Non si è creata per noi la possibilità effettiva di recuperare tutto il tempo perduto, “millenni di assenza dalla storia” – sussurra Carla Lonzi -, resuscitare “la sorella di Shakespeare”, bisbiglia Virginia Woolf. Se ci va bene, di quel tempo cominciamo oggi ad averne una fettina.

Pignola? No. Affezionata alla retorica sulla parità? Nemmeno. E allora cosa? Senso di giustizia, credo si tratti di quello. Per portare al mondo la differenza delle donne c’è molto da recuperare ancora quanto a parole (non) dette e (non) scritte e a progetti rimasti incompiuti “per forza di cose”. Il presente non è che una sottile parentesi se confrontato con l’intera storia dell’umanità.

Troppo spesso dimentichiamo da dove veniamo. Come se fosse possibile ripartire da zero. Come se la frustrazione di una madre, della madre di sua madre e così indietro, non fossero mai esistite, non avessero mai fatto parte di te. Ma in questo modo rimuoviamo un pezzo di storia, un pezzo di quel che siamo, e questo rischia di essere un gesto ottuso, oltre che pericoloso.

Miliardi di gambe forti e polpacci saldi e caviglie gonfie e ginocchia indolenzite e mani ruvide mi hanno preceduta permettendo al mio corpo di stare qui nella sua interezza proprio adesso. Non posso non tenerne conto. Non posso non sentire addosso quelle mani nell’acqua gelata, quelle gambe mai sedute, quei sospiri nel petto, quegli sguardi fuori dal vetro di una finestra come a fissare un punto indefinito nel cielo, mentre le mie dita spostano gli oggetti da un ripiano all’altro, passano un panno su una superficie sporca di vita, mentre le mie gambe sostengono lo scorrere dei giorni. E allora capita che sbatto, e se sbatto, sbatto anche per tutti i viaggi che quelle gambe antiche non hanno fatto e che i loro cuori avrebbero voluto fare, e per tutte le terre che quei piedi non hanno toccato.

Sylvia Plath si si è uccisa con la testa nel forno a trent’anni, dopo aver scritto l’ultima poesia, e preparato pane e burro e due tazze di latte per i bambini.

La condivisione del carico tra i sessi è e sarà pratica virtuosa da pretendere, ma è bene sapere che porterà ad un sollievo solo parziale. Forse tenerne conto può fare la differenza nel posizionarsi: sapere ogni giorno che per sistemare i conti ci spetterebbe quantomeno la restituzione di quel che per secoli ci è stato tolto. L’obiezione è che questo forse non accadrà mai. Bene, vorrà dire che fino a quel momento la mia lotta sarà di ricordarmi che non devo niente, che il mio fare è un di più, che il mio non fare non è un di meno.

Certo, significa imboccare un sentiero pieno di spine nella relazione con l’altro sesso – e non solo -, e mi dispiace quando un uomo intelligente ti guarda con occhi sinceri dicendo “non è colpa mia se altri…”. Perché forse ha anche ragione, ma non è questo il punto. Non è mai stata colpa di qualcuno in particolare, non significa che è così che dev’essere.

Il punto. Il punto è la differenza storica di un sesso rispetto all’altro. Elemento inaggirabile, indelebile, che chiama in causa una matassa di vissuti e di esperienze, di situazioni, relazioni, eredità, trasmissioni, emulazioni, introiezioni.

Niente di più lontano da una “questione personale”.

Postilla: avevo iniziato a scrivere questo testo giorni fa. Poi l’avevo sospeso dicendomi che forse sono sempre troppo dura quando penso alla manutenzione. Poi ho letto di quella ricerca diffusa dal Sole 24 Ore, che ho malignamente soprattitolato “Se pulisci ti scopo”, e allora mi sono costretta a finirlo e farlo circolare in qualche modo.


[1] Donne nel Partito Verde (FRG), «Donne in Movimento – Germania Occidentale. Situazione e attività attuali, prospettive sulla solidarietà internazionale», 1985, discorso citato in Joan Martinez Alier, Ecologia dei Poveri, Milano: Jaka Book, 2009

[2] Christine Vanden Daelen, Women are the real creditors of the public debt, http://www.viewpointonline.net/women-are-the-real-creditors-of-the-public-debt-christine-vanden-daelen.html

Articolo gentilmente concesso dall'autrice (il cui blog è http://claudiabruno.wordpress.com/) e già pubblicato su

http://laboratoriodonnae.wordpress.com/2013/02/03/non-devo-niente/

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